Ci sono storie che nascono dal dolore e custodiscono, dentro, un gesto di immensa umanità. «Questa è una di quelle storie», scrivono i familiari dell’uomo colto da arresto cardiaco lo scorso 9 febbraio 2026 nel Parco Emilio Morrone di Cosenza, lungo via Riccardo Misasi.

«In pochi minuti la sua vita si è spezzata, lasciando un vuoto impossibile da colmare. Ma in quei momenti terribili non era solo», raccontano. Prima ancora dell’arrivo dei soccorsi, infatti, «una persona — per noi ancora senza nome — si è fermata». Ha compreso subito la gravità della situazione, ha iniziato il massaggio cardiaco e ha chiamato immediatamente il 118. «Ha fatto tutto ciò che era umanamente possibile per salvarlo», spiegano, sottolineando «coraggio, lucidità e senso civico» dimostrati in quei minuti drammatici.

Un dettaglio pesa come un macigno: nel vicino Parco Piero Romeo il defibrillatore era stato rubato. «Uno strumento che avrebbe potuto fare la differenza e che purtroppo non era disponibile». Nonostante questo, il soccorritore anonimo «non si è arreso e ha continuato a provare fino all’arrivo dei sanitari».

Poco dopo è sopraggiunto anche un parroco della parrocchia di Santa Teresa, che ha impartito l’estrema unzione. «In mezzo allo smarrimento e al dolore — scrivono i familiari — due gesti semplici e immensi: soccorrere e accompagnare. Due gesti che raccontano cosa significhi essere comunità».

E poi il passaggio più forte: «Vogliamo dirlo con chiarezza: il nostro caro non è morto solo. Negli ultimi istanti della sua vita c’erano accanto persone dal cuore grande».

Da qui l’appello pubblico. «A quella persona che ha tentato di rianimarlo vogliamo rivolgere una richiesta accorata: se stai leggendo queste parole, o se qualcuno ti riconosce in questo racconto, ti chiediamo di contattarci». Non c’è rabbia, non c’è recriminazione. Solo gratitudine. «Vorremmo stringerti la mano, guardarti negli occhi e dirti grazie. Grazie per non esserti voltato dall’altra parte. Grazie per aver provato a salvarlo. Grazie per avergli regalato gli ultimi minuti di dignità, di cura e di umanità».

«Per noi non sei un anonimo — concludono — sei la prova che esistono ancora persone capaci di fermarsi, di aiutare, di esserci. E per questo ti saremo grati per sempre».

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