Luigi Li Gotti, avvocato nato a Crotone ed esperto di processi di mafia e ’ndrangheta, non comprende lo scandalo suscitato dalle parole di Nicola Gratteri. A suo giudizio, il problema non sta nelle dichiarazioni del procuratore, ma nella lettura che ne ha dato il ministro della Giustizia. Lo spiega in un’intervista al Fatto Quotidiano.

«In verità sono stupito dall’incapacità del Guardasigilli Nordio di cogliere il soggetto della frase di Gratteri». Secondo Li Gotti, Gratteri non ha mai sostenuto che tutti i sostenitori del Sì siano collusi, ma ha indicato con precisione che «queste categorie di persone votano Sì», riferendosi a una realtà territoriale specifica: la Calabria.

Per l’avvocato si tratta di fatti noti alle inchieste giudiziarie. La regione, spiega, è quella con il maggior numero di logge massoniche in Italia, spesso intrecciate con la criminalità organizzata. «È agli atti processuali l’iniziazione alla massoneria, addirittura nello stesso luogo, di magistrati corrotti che si vendevano le sentenze e di ’ndranghetisti». Da qui la convinzione: «Pensa davvero che questa gente possa votare No al referendum? Non accadrà nel modo più assoluto».

Li Gotti richiama anche casi politici specifici, citando un esponente calabrese definito da Giorgia Meloni un «valore aggiunto» alle Regionali. «Sta parlando per caso di Giancarlo Pittelli?», è la domanda che gli viene rivolta. Li Gotti ricorda che il nome è presente «negli atti processuali e nelle sentenze».

Quando Gratteri usa il termine “massomafia”, per Li Gotti non fa che descrivere una realtà che conosce bene: «Io la penso esattamente come lui perché conosco la terra dove sono nato». Per questo annuncia il suo voto contrario: «Io voto No convintamente», contestando la separazione delle carriere, che a suo avviso trasformerebbe il pm in «l’avvocato della polizia».

Infine, l’affondo contro Nordio per la proposta dei test psicoattitudinali rivolti anche a Gratteri. Per Li Gotti si tratta di «una sortita offensiva e sgradevolissima», un attacco diretto a un magistrato esposto da anni alle minacce mafiose. E conclude: il comportamento del ministro rappresenta «un vero abuso dei poteri consentiti al ministro della Giustizia».