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Uccise la figlia di sette mesi, il processo inizierà il 23 settembre

Uccise la figlia di sette mesi, il processo inizierà il 23 settembre

Fissata la data dell’inizio del processo per la morte di Marianna, soffocata dalla mamma il 20 febbraio scorso in un appartamento nel centro di Cosenza. La procura di Cosenza ha chiesto una controperizia.

Dovrà comparire il prossimo 23 settembre davanti al giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Cosenza la biologa Giovanna Leonetti, 37 anni, accusata di aver ucciso la figlia di sette mesi, soffocandola con un cuscino il 20 febbraio scorso all’interno di un appartamento situato nel centro di Cosenza. La difesa, rappresentata dagli avvocati Marcello Manna e Pierluigi Pugliese, ha chiesto un rito abbreviato condizionato alla perizia presente negli atti del fascicolo in cui si attesterebbe la totale infermità mentale della donna. Di suo, il pubblico ministero Domenico Frascino ha deciso di fare una controperizia, affidata al professor Vincenzo Mastronardi che avrà il compito di visitare la donna e relazionare dettagliatamente la procura di Cosenza.

La Leonetti – sulla base delle testimonianze raccolte dai magistrati – soffriva da tempo di depressione post-partum, una delle patologie psichiatriche più frequenti che evidentemente è stata la causa di quel folle gesto che ha tolto la vita alla sua piccola creatura. La ricostruzione dell’omicidio, affidata ai carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza diretto dal colonnello Fabio Ottaviani, avrebbe permesso di individuare le modalità con le quali l’indagata ha agito. La mamma infatti dopo aver visto il marito, un avvocato del foro di Cosenza, scese nell’appartamento di una zia situato nello stesso palazzo in cui viveva la coppia. In quel momento il raptus criminale della donna avrebbe prevalso, tanto che la piccola Marianna fu soffocata con un cuscino perché – come riferirà Giovanna Leonetti ai magistrati – piangeva in continuazione. La donna disse di aver agito in un momento di precaria lucidità ma gli accertamenti investigativi avrebbero rivelato che la biologa successivamente non tentò il suicidio, vista la somministrazione di alcuni farmaci che non avrebbero mai potuto far cessare di battere il cuore della mamma. Per queste ragioni, e altre, la Procura di Cosenza riteneva che l’indagata meritasse il carcere in una struttura penitenziaria preposta, ma sia il gip Branda che il Riesame in sede di Appello hanno convenuto con la difesa, ovvero che la Leonetti rimanesse ricoverata in regime di arresti domiciliari in una struttura sanitaria. (a. a.)

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