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‘Ndrangheta ad Acri, i testimoni: «Mai minacciati da Gencarelli e Ferraro»

‘Ndrangheta ad Acri, i testimoni: «Mai minacciati da Gencarelli e Ferraro»

Mafia ad Acri al centro del processo “Acheruntia” in corso presso il tribunale collegiale di Cosenza. A giudizio ci sono Angelo Gencarelli, Giuseppe Perri e Gianpaolo Ferraro. Ieri mattina sono stati sentiti tre testimoni che per la Dda di Catanzaro si sono contraddetti rispetto alle dichiarazioni rilasciate nel periodo delle indagini preliminari.

Tre capi d’imputazioni oggetto di valutazioni da parte del tribunale collegiale di Cosenza nell’ambito del processo “Acheruntia” che deve far luce sulla presenza o meno della ‘ndrangheta ad Acri. A processo ci sono Angelo Gencarelli, Giuseppe Perri e Gianpaolo Ferraro, mentre Rinaldo Gentile sarà giudicato in abbreviato. Gli altri, a cominciare dall’ex assessore regionale Michele Trematerra, attendono di conoscere il loro destino nella prossima udienza preliminare che si terrà il 9 gennaio prossimo a Catanzaro. 

Ieri mattina, il pubblico ministero Pierpaolo Bruni – che ha coordinato le indagini condotte dal Norm della Compagnia di Rende – ha sentito in aula tre testimoni citati per provare la fondatezza della colpevolezza di Gencarelli e Ferraro riguardo tre presunte estorsioni ciascuna diversa da loro ma legata da un filo comune: la gestione dei videopoker. Ebbene, i tre testi hanno in qualche modo non confermato quanto reso nel corso delle indagini preliminari e sia la Dda di Catanzaro sia il collegio difensivo hanno proceduto a contestare le loro dichiarazioni. 

Nel primo caso, lo zio della presunta parte offesa ha riferito di non aver mai ricevuto pressioni o minacce da parte di Ferraro al fine di installare le macchinette e ha quasi fatto passare «i quattro schiaffi» che gli avrebbe dato il presunto imputato come causa di una incomprensione tra i due dovuta a una frase detta dal testimone riguardo l’ammonimento dei carabinieri al proprietario del locale, al quale sarebbe stato detto che «vedi che i carabinieri mi hanno detto che ci deve stare un unico scommettitore … quindi” ho detto “non ho capito … cosa hai detto?” … “No … i carabinieri mi hanno detto che ci può stare un unico scommettitore”». Gli investigatori riportarono nella richiesta di misura cautelare che «al proposito di disinstallare le macchinette del Ferraro Gianpaolo, quest’ultimo si avventava contro il malcapitato, colpendolo ripetutamente con degli schiaffi». Ma come detto in udienza il teste ha confermato di aver ricevuto questi ceffoni ma di non aver avuto alcuna minaccia. Stessa cosa dicasi per la nipote. 

La deposizione più contestata è quella del secondo testimone proprietario di un bar a Montalto Uffugo. I fatti si riferiscono ai mesi di maggio e giugno del 2011. Nel caso di specie, la pubblica accusa e lo stesso presidente Enrico Di Dedda hanno chiesto al teste di dire la verità in quanto quest’ultimo non ricordava se fosse stato Ferraro a determinare la rottura del rapporto professionale con un altro gestore di videopoker. In questo caso, dall’ordinanza emerge che il testimone nel corso di un’intercettazione telefonica cerca di far capire all’imputato di aver firmato un contratto con questa società, mentre Ferraro dice che non c’è nessun contratto firmato. «No, contratti non ce ne sono», riportano i carabinieri. In un’altra telefonata captata dal Norm di Rende, sempre l’imputato dice al suo interlocutore di essere andato dal testimone «per vedere per le macchinette come dovevamo fare che… o era con me o era contro di me, adesso mi hai rotto la minch…». Nello stessa conversazione Ferraro chiarisce che il martedì successivo avrebbe portato la macchinetta procedendo a disinstallare quella già presente.

Infine, la terza e ultima testimonianza ha portato la difesa a far emergere come Ferraro (difeso dall’avvocato Lucio Esbardo) e Gencarelli (difeso dagli avvocati Antonio Quintieri e Matteo Cristiani) non abbiano mai minacciato il ragazzo di Acri che davanti ai giudici si è detto «sbalordito» delle circostanze riferite tempo fa dai carabinieri quando lo sentirono come persona informata sui fatti. Il testimone era (ed è) proprietario di un locale e per la pubblica accusa sarebbe stato costretto ad accettare le macchinette di Ferraro, mentre lui ha chiarito che «Gianpaolo lo conosco da quando eravamo bambini, mentre Gencarelli mi ha cresciuto, per me è uno di famiglia». Inoltre ha spiegato che decise di cambiare gestore dei videopoker perché con Ferraro avrebbe risparmiato. L’avvocato Quintieri ha chiesto al teste se era a conoscenza del tenore di vita di Gencarelli e se quest’ultimo frequentasse soggetti legati alla criminalità organizzata oppure altre categorie professionali. «Vedevo che parlava con tanti professionisti di Acri, ma non ho mai notato che si fermasse a discutere con delinquenti». Il processo riprenderà il 10 gennaio prossimo. (Antonio Alizzi)

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