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CASO BERGAMINI | Ecco da dove ripartono le nuove indagini: le tesi dei consulenti tecnici

In attesa di capire se il gip del tribunale di Castrovillari accoglierà la richiesta della procura di Castrovillari di riaprire il caso Bergamini e riesumare il corpo dell’ex calciatore del Cosenza, ripercorriamo tutte le tappe giudiziarie della seconda indagine che ha portato all’archiviazione del fascicolo, come stabilito dall’allora gip Anna Maria Grimaldi il 30 novembre del 2015. 

Il nostro approccio alla vicenda sarà esclusivamente di tipo documentale. Siamo in possesso di tutti gli atti raccolti e analizzati dall’ufficio inquirente coordinato all’epoca dal procuratore Franco Giacomantonio e dal sostituto procuratore Maria Grazia Anastasia. Entrambi sono stati i primi a valutare l’ipotesi di reato dell’omicidio premeditato, arrivando alla conclusione che non vi fossero elementi oggettivi che potessero giustificare una simile accusa in un processo. Valutazione poi condivisa dal gip Grimaldi.

Del caso Bergamini è stato detto di tutto e di più ed è opportuno in questo momento far conoscere quegli accertamenti investigativi che oggi dovranno essere smontati punto dopo punto per arrivare eventualmente ad un’altra verità o per giungere alle stesse conclusioni dei magistrati Giacomantonio e Anastasia e del giudice Grimaldi. 

Il procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla
Il procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla

Cosa ha detto Eugenio Facciolla lo sappiamo, e lo abbiamo riportato qui, ma è necessario fare un passo indietro per trovare le circostanze non chiarite che, in una nuova indagine, sarebbero determinanti per scoprire se Denis Bergamini è stato ucciso, o si è suicidato oppure che si è trattato di un tragico incidente.

Siamo a conoscenza del fatto che il procuratore capo di Castrovillari ha deciso di chiamare il medico-legale Aldo Barbaro, da sempre al suo fianco per i casi di omicidio, ma non sappiamo allo stato attuale quale forza di polizia condurrà le eventuali nuove indagini.

Come vedremo, i carabinieri del Ris di Messina e il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Cosenza hanno lavorato alacremente in precedenza, senza lasciare nulla al caso. E’ merito, ad esempio, di alcuni militari dell’Arma – gruppo di lavoro denominato “Gruppo Zeta” – il ritrovamento dopo tantissimi anni di un testimone chiave della vicenda: Mario Panunzio. Più in là capiremo il ruolo avuto da quest’uomo.

I nuovi elementi a disposizione della procura di Castrovillari riguardano essenzialmente ipotesi di carattere scientifico. Un aspetto sul quale ha battuto tantissimo l’avvocato Fabio Anselmo. E per il momento ha ottenuto un primo e formale successo. Ma per arrivare alla verità serviranno altre prove. La scienza da sola non basta. 

Le precedenti relazioni tecniche sulle cause della morte e se Denis Bergamini fosse vivo o morto prima di essere trascinato dal camion guidato da Raffaele Pisano, sono un punto fermo da cui ripartire. Nel senso che, i nuovi periti dovranno superare quanto osservato dai diversi c. t.

LA PRIMA AUTOPSIA. Donato Bergamini muore il 18 novembre del 1989 nei pressi di Roseto Capo Spulico. L’autopsia viene eseguita 47 giorni dopo e la procura di Castrovillari chiede la riesumazione del cadavere. L’esame autoptico è affidato al prof. Francesco Maria Avato, professore associato dell’istituto di Medicina Legale dell’Università di Ferrara.

Per Avato si verificò «uno schiacciamento, ovvero arrotamento parziale del corpo, trascinato solidamente dal mobile per un tratto “breve”», riconducendo le lesioni ad un «meccanismo di produzione connesso a mezzo pesante dotato di moto lento, idoneo quindi a determinare lesioni quasi “da scoppio”». Tesi che il giudice Grimaldi aveva definito «sovrapponibile alla ricostruzione del sinistro effettuata dai consulenti del Ris».

Il corpo di Donato Bergamini sull'asfalto della 106 Jonica
Il corpo di Donato Bergamini sull’asfalto della 106 Jonica

LE CONSULENZE TECNICHE. L’ipotesi avanzata dal prof. Giovanni Pierucci, ovvero che Bergamini fosse stato colpito all’arteria iliaca di destra da una lama o da un oggetto acuminato, aveva indotto la procura di Castrovillari a conferire due separati incarichi: al professor Roberto Testi (direttore S. C. Medicina Legale dell’Università di Torino) e Giorgio Bolino (professore del dipartimento di Medicina Legale dell’Università “La Sapienza” di Roma). Testi aveva concluso, affermando che «è più che verosimile che Bergamini fosse già morto quando venne sormontato dall’autocarro», mentre il professore Bolino ipotizzò che l’ex centrocampista del Cosenza «fosse magari anche vivo ma in condizioni per così dire di ridotta vitalità ovvero in liminae vitae». Qui si evince la prima ipotesi di asfissia, la stessa pronunciata oggi dal procuratore capo Facciolla al Tgr Calabria. «Il prof. Bolino, tuttavia, non ricollegava tale ipotesi con i risultati dell’autopsia, non fornendo alcuna spiegazione circa il mancato rilevamento sul cadavere di tutti gli altri reperti tipici della morte per asfissia, descritti in letteratura». Ipotesi che veniva smentita dal professore Avato e sulla quale dovranno confrontarsi i nuovi consulenti della procura. 

Sia il professor Testi sia il professor Bolino, in un secondo momento, erano stati chiamati a redigere una nuova consulenza in modo congiunto. E’ da chiarire che nessuno dei due effettuò l’autopsia né partecipò al sopralluogo. Sulla dinamica dell’incidente condividevano le conclusioni dei carabinieri del Ris. Sulle cause della morte, ragionando sul fatto che la perizia autoptica del professore Avato era «caratterizzata da encomiabile precisione descrittiva», giungevano alla conclusione che «la enorme e rapida perdita di sangue da unit dei basi arteriosi più importanti (iliaca di destra) avrebbe potuto provocare una così massiva perdita ematica da determinare una grave ipoemia dei tessuti, tale da giustificare la mancata rilevazione nei preparati esaminati di cellule ematiche». Se rimanevano incerte le questioni relative alla “vitalità” delle lesioni, «veniva offerta una razionale spiegazione della ipotesi secondo cui la vittima era ancora viva al momento dell’investimento», mentre «non offrivano una spiegazione ugualmente plausibile dell’ipotesi secondo la quale la vittima era già morta». 

Le analisi svolte dai carabinieri del Ris hanno superato di gran lunga quelle prodotte dal consulente tecnico Pasquale Coscarelli, il quale affermò che la traccia di frenata di 49,10 metri rilevata sul luogo del sinistro dai carabinieri di Roseto Capo Spulico non fosse riconducibile al camion Fiat di Raffaele Pisano. I carabinieri smentivano queste ipotesi, effettuando indagini scientifiche accurate, «corredate da prove empiriche mediante l’utilizzo di un camion analogo a quello condotto da Pisano (ormai demolito)».

Gli esperti del Ris rilevarono la presenza di una traccia di frenata osservabile in corrispondenza delle ruote anteriori di destra del camion; la presenza di tracce ematiche importanti parallele alla traccia di frenata evidenziate per circa 5/8 metri; lo spostamento dell’avantreno del camion di circa 10/15 metri verso il centro della carreggiata rispetto alla traccia di frenata; la presenza di un’altra traccia di pneumatico, intrisa di sangue, che dal cadavere arrivava alla ruota anteriore destra del mezzo, determinata dal rotolamento retrogrado dello pneumatico; la mancanza di segni di urto sulla parte frontale del camion. Elementi che inducevano il Ris a concludere che il camion avesse fatto una brusca frenata a ruote bloccate della lunghezza non inferiore a 5/8 metri e non superiore a 15/18 metri e che, così procedendo, avesse investito il corpo già disteso della vittima». Una volta arrestata la marcia, il camion – ritenevano gli specialisti dell’Arma – il camion aveva solo sormontato il corpo senza un completo arrotamento. Un movimento che aveva portato il corpo di Bergamini da una posizione supina a quella prona. 

OROLOGIO E INDUMENTI. I carabinieri del Ris, infine, chiariscono anche i dubbi sollevati dalla famiglia Bergamini su come fosse possibile che l’orologio da polso, le scarpe, la catenina d’oro e gli indumenti fossero rimasti sostanzialmente integri. Il Reparto investigativo scientifico dell’Arma dei carabinieri ha dimostrato «come il corpo sia stato trascinato per pochi metri, in aderenza al suolo reso scivoloso dalla pioggia, dalla ruota bloccata, senza mai essere da questa sormontato: per questa ragione non subiva lesioni se non nella zona attinta dalla ruota né erano danneggiati gli indumenti e gli accessori indossati da Bergamini». (Antonio Alizzi)

(1. continua)

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