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MISSING | Omicidio Francesco Bruni junior, revisione del processo per Mario Musacco

MISSING | Omicidio Francesco Bruni junior, revisione del processo per Mario Musacco

Mario Musacco, condannato in via definitiva per l’omicidio di Francesco Bruni junior, sarà giudicato di nuovo dalla Corte d’Assise d’Appello di Salerno. L’uomo ha ottenuto la revisione del processo a seguito della sentenza di condanna a 21 anni di reclusione confermata il 21 marzo 2014 dalla Corte di Cassazione. L’udienza è stata fissata per il prossimo 9 giugno.

Il ricorso, presentato dagli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto d’Ippolito, è stato dichiarato ammissibile da parte del giudice relatore nominato dal presidente della Corte d’Assise d’Appello di Salerno, il quale aveva demandato a un suo collega il compito di valutare se vi fossero nuovi elementi da analizzare che nei tre gradi di giudizio non erano venuti a galla. Elementi, tuttavia, che i penalisti del foro di Cosenza hanno ricostruito in una lunga e corposa istanza di revisione del processo che si compone di 15 pagine.

LA GUERRA DI MAFIA. Uno dei tanti omicidi di mafia, commesso nei dintorni di Cosenza l’8 novembre del 1991, torna d’attualità ma è necessario contestualizzarlo in una guerra che si è sviluppata dal 1978 al 1994. Anni in cui la città di Cosenza era ostaggio delle nascenti cosche che sparavano ad ogni ora del giorno, usando anche metodi barbari per eliminare il nemico. Una parte di questi omicidi sono stati raccolti dalla Dda di Catanzaro nell’inchiesta “Missing” che ha fatto luce su numerosi delitti di mafia, per i quali sono stati inflitti diversi ergastoli o comunque condanne superiori ai 20 anni di carcere, come nel caso di Musacco.

IL DELITTO DEL MINORENNE BRUNI. Secondo le investigazioni dell’epoca, il figlio di Francesco Bruni “bella bella” fu ucciso poiché il padre aveva ammazzato Francesco Carelli. Una ritorsione pagata con la vita. Quel giorno i carabinieri della stazione di Celico trovarono il cadavere di un giovane nei pressi del Vallone Margherita. Sul corpo vi erano numerose ferite di arma da taglio all’altezza del petto, mentre sul posto furono trovate tante strisce di sangue, fori di colpi di arma da fuoco, bossoli e un filo di conduttura elettrico in rame. Il cadavere, che successivamente sarà identificato come quello di Francesco Bruni junior, era caratterizzato dalla presenza di uno squarcio alla parte anteriore del collo, numerose pugnalate sul collo, che avevano attinto organi vitali.

IL PRIMO PENTITO. Le prime indagini non danno alcun risultato, così il procedimento penale viene archiviato. Sarà poi Angelo Santolla, collaboratore di giustizia, ad aprire un nuovo capitolo dell’evento omicidiario, autoaccusandosi del delitto.

Musacco, in quel momento, era legato da stretti vincoli con Francesco Bruni, avendo fatto da testimone alle nozze di uno dei suoi figli. Il ragazzo fu individuato nei pressi di piazza Spirito Santo a Cosenza e con la scusa di organizzare una rapina prima nel quartiere San Vito e poi a Celico riuscirono a far salire la vittima.

Ma l’epoca successiva sarà la stagione della collaborazione con la giustizia da parte di alcuni fuoriusciti dalle cosche cittadine. Pentiti, tuttavia, che avrebbero avuto modo anche di parlare tra loro, rendendo non del tutto genuine le loro propalazioni tanto che l’allora capo della Dda di Catanzaro, Mariano Lombardi fece emergere questa situazione con un documento ufficiale.

Nell’istanza, gli avvocati evidenziano anche un altro dato: «Eugenio Bruni dichiarava di aver avuto modo di discutere con il padre, Francesco Bruni “bella bella”, della vicenda omicidiaria di cui era stato vittima Francesco Bruni junior, e che lo stesso padre aveva confermato la stima per il Musacco Mario e si dimostrava convinto dell’estraneità ai fatti dello stesso, dichiarando che sicuramente c’era stato uno sbaglio nel suo arresto». E ancora: «Bruni chiedeva più volte al padre se fosse certo che il Musacco non c’entrasse nell’omicidio del fratello» e il padre «ribadiva più volte di essere certo che il Musacco Mario fosse l’unica persona di cui potersi fidare». I pentiti Francesco Tedesco, Nicola Belmonte e Aldo Acri dissero che nel 1991 Mario Musacco non faceva più parte di alcuna associazione a delinquere.

Gli avvocati poi hanno messo a confronto le dichiarazioni di Garofalo e Santolla, sostenendo che l’una fosse in contraddizione con l’altra. Inoltre sono fondamentali – a loro avviso – le indicazioni di orario fornite da Garofalo, che aveva dichiarato di aver visto Musacco intorno alle 14 nei pressi del Bar Lux, mentre Francesco Bruni junior si trovava in piazza Spirito Santo verso le 13.40 e i suoi killer erano stati avvistati di ritorno dalla Presila intorno alle 15.40. Ciò dimostra, secondo Ingrosso e D’Ippolito, che Musacco «non poteva essere presente nell’autovettura che proprio in quei momenti si stava recando presso Celico» per commettere l’omicidio. Un’altra testimonianza che escluderebbe la responsabilità di Musacco è quella di Belmonte che disse di averlo visto, il giorno dell’assassinio, a Cosenza intorno alle ore 14-30/15.

LE TRE LETTERE. Negli ultimi due anni gli avvocati di Musacco hanno lavorato molto per comporre l’istanza di revisione del processo. In particolare, il noto penalista Ernesto D’Ippolito – decano del foro di Cosenza – nel 2015 riceveva da Giuseppe De Rose una lettera nella quale lo stesso dichiarava che il delitto fu commesso da lui, Giuseppe Vitelli e da due persone che non sono mai entrate nel processo “Missing”. De Rose specificava che «una volta giunti presso la villetta di San Vito, a bordo di un’auto Audi 80» fecero salire Francesco Bruni junior dirigendosi verso la Sila, percorrendo la superstrada.

Giunti sul luogo deputato per l’eliminazione del minore, De Rose «li aspettava davanti la casa cantoniera di Celico» e «si rendeva conto che era successo qualcosa di grave» solo «quando i tre ritornavano verso l’auto». Nella missiva «De Rose, dichiarava che durante il viaggio di ritorno non chiedeva nulla agli altri tre perché temeva che Vitelli Giuseppe potesse fargli del male. De Rose – scrivono i due avvocati – teneva a precisare che erano solo in quattro e non vi era nessun altro tra loro, precisando che Musacco Mario era stato ingiustamente condannato a 21 anni di reclusione per aver compiuto il delitto». Ma non è tutto perché De Rose «precisava di comunicare questa testimonianza solo tardivamente poiché non riusciva più a portare dentro un peso insopportabile, liberando così la sua coscienza da un’ingiustizia di cui si era reso complice con un silenzio durato molti anni».

La seconda è quella di Mario Pranno. «Nella sua lettera all’avvocato D’Ippolito, dichiarava di essere a conoscenza dell’omicidio perpetrato ai danni di Bruni Francesco junior, ma di non essere stato presente all’accadimento nonostante la condanna per quell’omicidio e per altri a scontare 30 anni di reclusione che, difatti, scontò». Riguardo a Musacco, «escludeva categoricamente la partecipazione all’uccisione di Francesco Bruni junior» e di aver appreso da Vitelli coloro i quali ammazzarono il figlio di “Bella bella”. 

La terza missiva fa riferimento al fatto che un terzo soggetto coinvolto fosse in affari con Santolla, motivo per il quale il pentito non fece il suo nome tirando in mezzo proprio Mario Musacco, il cui gruppo sanguigno – si scoprirà -. non era coincidente con quello rinvenuto in prossimità del delitto.

«IN CELLA CON I BRUNI». Per motivi di privacy, l’istituto penitenziario “Sergio Cosmai” di Cosenza non ha inteso esaudire la richiesta della difesa di certificare con chi fosse stato in cella Mario Musacco dal 2008 al 2016. Tuttavia, gli avvocati Antonio Ingrosso ed Ernesto D’Ippolito, sostengono che dal dicembre del 2008 al febbraio del 2010, «dopo la sua condanna per l’omicidio di Bruni Francesco junior», Musacco «abbia condiviso la cella con Michele Bruni e Pasquale Bruni». A tal proposito, i due penalisti concludono che «il tutto appare del tutto contraddittorio, poiché, se fosse vero che il Musacco si sia macchiato del reato a lui ascritto, i fratelli della vittima non avrebbero mai potuto tollerare ed affrontare una convivenza all’interno della stessa cella con uno degli aguzzini del fratello senza porre in essere una qualsivoglia tipologia di ritorsione, cosa che invece a questa difesa risulta non essere avvenuta, ancor di più se si tiene conto del fatto che, dopo la morte di Francesco Bruni senior, diveniva “capo” dell’organizzazione il figlio, Michele Bruni». I due avvocati, pertanto, chiedono all’autorità competente di verificare quanto affermato.

Per questi motivi, i legali Ingrosso e D’Ippolito hanno chiesto e ottenuto la revisione del processo e alla Corte d’Assise d’Appello di Salerno invocano una sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto. (Antonio Alizzi)

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