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Usura a Rende, così i carabinieri hanno incastrato i due presunti “strozzini”

Usura a Rende, così i carabinieri hanno incastrato i due presunti “strozzini”

Un padre impegnato a mantenere gli studi del figlio e due presunti strozzini che si approfittano delle precarie condizioni economiche della vittima. La disperazione di un uomo pressato dagli usurai e la volontà degli stessi di metterlo con le spalle al muro. Ma questa volta lo Stato c’è. 

Oltre ad aver condotto le indagini nel modo più rapido possibile, i carabinieri della Compagnia di Rende, diretta dal capitano Maieli, e in particolare i militari dell’Arma del Norm, coordinati dal tenente Fabrizio Ricciardi, sono scesi in campo in prima persona per verificare innanzitutto l’attendibilità delle dichiarazioni dell’uomo oggetto dei due presunti usurai e per incastrare i due indagati, Roberto Citro e Francesco Citro, finiti entrambi in carcere su ordine del gip del tribunale di Cosenza, Giusy Ferrucci.

Scendere in campo significa stare al fianco di chi denuncia e mai come questa volta il caso di usura ed estorsione, così come descritto dalla procura di Cosenza, necessitava che un carabiniere in borghese, fingendosi interessato a comprare la macchina della vittima, vedesse con i suoi occhi i volti degli inquisiti e l’auto “incriminata”.

LA STORIA. Tutto inizia quando l’uomo caduto nella rete dei due presunti usurai, si presenta alla stazione carabinieri di Rende, sporgendo un’articolata denuncia in cui rappresentava una situazione difficile e pericolosa, creatasi a causa delle sue difficoltà economiche legate a una crisi di liquidità che durava da un po’ di tempo.

Nell’estate del 2016 la vittima incarica una finanziaria per rinegoziare il mutuo da restituire grazie alla cessione del quinto del proprio stipendio. Rinegoziazione che aveva come obiettivo quello di poter sostenere economicamente le spese di alloggio e di studio del figlio, trasferitosi a Firenze per un corso professionale.

La finanziaria, tuttavia, aveva tempi più lunghi rispetto alle esigenze della vittima che in quel momento aveva firmato il contratto di locazione dell’alloggio del figlio. 

Così una volta sceso in Calabria si sfoga con Roberto Citro al deposito di autovetture di proprietà dello stesso indagato. Citro in questa occasione si sarebbe reso disponibile a dargli una mano dicendo di chiedere a un imprenditore edile se avesse potuto prestargli la cifra di 3500 euro da restituire con un interesse di 500 euro per ciascun mese in cui avesse trattenuto la somma.

La consegna dei contanti avviene verso la fine di settembre. Passano alcuni mesi, precisamente cinque, e Roberto Citro contatta nuovamente la vittima invitandolo a recarsi presso il suo deposito. L’uomo va all’appuntamento e trova un signore di circa 50 anni che avrebbe fatto intendere di essere il creditore, chiedendo come e quando fosse intenzionato a restituire la somma dovuta. In questa circostanza sarebbe stata fissata una data: il 24 febbraio scorso. Giorno in cui la vittima avverte Roberto Citro che non è in grado di saldare il debito. «Mo li avviso, preparati alla lite», avrebbe detto l’indagato.

LA DENUNCIA. E’ in questo momento che la vittima decide di denunciare tutto, richiamando Roberto Citro nel tentativo di spostare la data della riconsegna dei soldi. Il giorno giusto dovrebbe essere il 1 marzo, allorquando il terzo interlocutore, poi identificato in Francesco Citro – già condannato in primo e secondo grado per la bomba messa in una villa in costruzione nel 2015 a Rende – pretenderebbe il pagamento di 6500 euro, altrimenti si sarebbe rifatto su Roberto Citro, prendendo una delle sue autovetture.

Il 1 marzo i tre si incontrano, ma la vittima non riesce a saldare la somma prestatagli con tassi usurai e secondo quanto dichiarato ai carabinieri, Francesco Citro avrebbe iniziato a minacciarlo facendo riferimento ad intimidazioni «abbastanza esplicite, anche se non direttamente rivolte contro la vittima».

L’uomo sotto “strozzo” si accorge che la terza persona non è l’imprenditore edile chiamato in causa da Roberto Citro, guardando una lettera della procura di Cosenza che lo stesso Francesco Citro gli mostrerebbe. «Mi aggiungeva che, sempre il denaro che dovevo consegnargli, serviva anche per sovvenzionare altri detenuti». Conversazioni registrate su disposizione dei carabinieri.

L’AUTO DELLA DISCORDIA. I giorni passano e la vittima non riesce a racimolare la somma dovuta e quindi propone a Roberto Citro di vendere in proprio la sua macchina, ottenendo il denaro necessario per coprire il debito.

L’uomo in preda al panico e sotto pressione da parte dei due indagati lascia la sua auto a Roberto Citro e la stessa viene spostata in un autolavaggio di via degli Stadi. L’aver avviato questa trattativa per la cessione della propria auto permette alla vittima di prendere tempo e si arriva addirittura al 20 aprile. Ma uno dei giorni chiave dell’inchiesta è sicuramente il 17 marzo. I carabinieri predispongono un servizio sul posto, disponendo che all’appuntamento con Roberto Citro e i soggetti che avevano acquisito la disponibilità dell’auto fosse presente anche un militare dell’Arma. Così avviene. La trattativa viene simulata, ma non conclusa.

LA VALUTAZIONE DEL GIP. Il giudice Ferrucci non ha dubbi quando parla di gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei due cugini e ritiene che l’unica misura cautelare adeguata ai fatti oggetto di contestazione da parte del pm Donatella Donato è la custodia in carcere.

Domani mattina alle ore 10 si terranno i rispettivi interrogatori di garanzia. I due indagati sono difesi dall’avvocato Antonio Ingrosso. (Antonio Alizzi)

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