Dalla CalabriaGiudiziaria

Piazza Bilotti, un altro pentito: «Fu il momento di rottura tra italiani e “zingari”». E la Cassazione smonta le accuse a Barbieri

Piazza Bilotti è l’opera pubblica più discussa e controversa degli ultimi anni, tanto da finire al centro di un’inchiesta della Dda di Catanzaro, che nel 2017 ha cercato di accostare l’imprenditore Giorgio Ottavio Barbieri al clan Muto di Cetraro, definendolo associato e finanziatore della cosca stessa. Ma le recenti sentenze della Cassazione dicono ben altro. 

Rimane tuttavia un argomento particolarmente caldo, vuoi per il processo in corso a Paola, vuoi per le recenti dichiarazioni di un altro pentito, ovvero Luciano Impieri, che ha riferito sulla presunta estorsione che gli italiani, meglio identificati nel clan “Lanzino” di Cosenza avrebbero tentato di fare a Barbieri.

Per spiegare cosa vi sia dietro all’opera pubblica di Piazza Bilotti, bisogna partire da lontano, ovvero dal momento in cui la procura di Cosenza apre un’inchiesta a realizzazione in corso, andando a verificare se vi fossero state irregolarità nelle procedure e se soprattutto fosse stato utilizzato materiale scadente. Inchiesta che, pochi anni dopo, verrà archiviata.

Poi arriva l’indagine “Cinque Lustri”, preceduta qualche mese prima da “Frontiera”. La prima inchiesta parla dei rapporti tra il clan Muto e Barbieri, oltre che reati in materia di traffico di stupefacenti, rapine e tanto altro. Nella seconda inchiesta, gli investigatori si erano concentrati sull’esistenza dell’associazione mafiosa, facendo emergere come Muto continuasse a controllare il mercato del pesce nella Costa tirrenica cosentina.

I due procedimenti vengono unificati proprio quando la Dda di Catanzaro, sotto la guida del procuratore capo Nicola Gratteri, è fermamente convinta che Barbieri sia un fedele finanziatore del clan di Cetraro. Ma dalle indagini emerge un’altra verità che in fase cautelare, ovvero dalle pronunce della Cassazione, non porta alle stesse conclusioni degli inquirenti.

Gli ermellini infatti alla Dda di Catanzaro, per “Cinque Lustri-Frontiera”, ha chiaramente detto che non vi sono elementi indiziari sufficienti per sostenere queste accuse. E non vi è neanche la prova che le opere pubbliche finite nell’inchiesta – l’impianto sciistico di Lorica, piazza Bilotti e l’aeroporto di Scalea – siano state realizzate con soldi sporchi della mafia.

In realtà, si legge dalle sentenze degli ermellini, è l’esatto contrario. Barbieri viene ritenuto vittima del clan Muto, poiché oggetto di intimidazione a Scalea, di alcune vessazioni che si tramutano in protezione per evitare guai peggiori, come proprio nel caso della realizzazione di piazza Bilotti. E su questo punto, la Cassazione di recente ha ribadito un concetto già emerso nei precedenti provvedimenti: «Il Tribunale del Riesame, ritenendo non dimostrata l’esistenza di un preesistente patto di scambio produttivo di ingiusti vantaggi reciproci, ma solo di un diverso accordo volto a limitare i danni derivanti dalle richieste estorsive mafiose, ha escluso la sussistenza anche della diversa ipotesi del concorso esterno in associazione mafiosa, per fondare la quale è comunque necessaria l’instaurazione del ridetto patto di reciproco vantaggio». Parole, che smontano le accuse della Dda di Catanzaro, il cui ricorso è stato ritenuto infondato. Stessa cosa dicasi per Massimo Longo, braccio destro di Barbieri, entrambi difesi dall’avvocato Nicola Rendace del foro di Cosenza.

PIAZZA BILOTTI E LA ‘NDRANGHETA. Qual è il nesso tra la grande opera e la criminalità organizzata? E’ plausibile che l’appalto milionario fosse entrato nei radar del clan cittadini. Era un’occasione più unica che rara per portare a casa soldi “facili”. E nel caso di specie, cosa è realmente successo? Barbieri prende l’appalto senza commettere alcuna irregolarità, come si evince dalle indagini effettuate dalla Guardia di Finanza di Cosenza, attira le attenzioni degli italiani e degli “zingari” di Cosenza, che a loro volta non sanno che è lo stesso Muto a pretendere la sua parte.

E questa lettura dei fatti viene acclarata da quasi tutti i collaboratori di giustizia, che sono a conoscenza dei rapporti tra i vari clan. Ne hanno parlato Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna e, come detto, Luciano Impieri.

Quest’ultimo, ex partecipe del gruppo “Rango-zingari”, su domanda del procuratore aggiunto Vincenzo Luberto e del pubblico ministero Alessandro Prontera, afferma che «unitamente a Daniele Lamanna ho sempre avuto in animo di chiedere danaro, a titolo estensivo, per l’appalto di Piazza Fera (piazza Bilotti, ndr). Fin da subito, Rinaldo Gentile, mi invitava a pazientare, asserendo che le estorsioni erano gestite, per quanto concerne piazza Fera, da Mario Piromallo», per il quale la Dda di Catanzaro, unitamente alla posizione di Giuseppe Caputo, non ha inteso procedere dopo i provvedimenti cautelari che sconfessavamo le indagini, «fiduciario di Lanzino e di Patitucci. Più volte – afferma Impieri – zio Rinaldo, ci invitava a pazientare, tanto che capimmo che gli italiani volevano, contravvenendo agli accordi, gestire, in esclusiva, le vicende concernenti l’estorsione di piazza Fera. Daniele Lamanna tentò di capire un po’ meglio ciò che stava accadendo», facendo chiedere a Rinaldo Gentile, da un altro elemento della criminalità organizzata, come stessero realmente le cose.

«Gentile disse le stesse cose, cioè che dovevamo pazientare. Ricordo che, a cavallo tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, nel corso di un incontro» avvenuto in via Popilia, «Rinaldo Gentile disse a me ed a Daniele Lamanna, che avremmo potuto estorcere danaro all’impresa, che stava allestendo i marciapiedi di piazza Fera, così gestendo l’appalto di circa 400mila euro. Già in precedenza Rinaldo Gentile mi aveva consegnato i bigliettini di questa impresa. Estorcere il danaro a questa impresa avrebbe significato iniziare ad “entrare” nell’appalto». Ma Impieri capì che fu solo una scusa: «Era chiaro che Rinaldo Gentile ci stesse prendendo in giro, tant’è che successivamente dovette ammettere, in presenza mia e di Daniele Lamanna, che l’appalto di piazza Fera era gestito dai Muto di Cetraro, in particolare Muto aveva un rapporto intimo con l’impresa Barbieri».

Il pentito spiega ai magistrati che «questa era una delle vicende che più mi faceva capire come gli affari venissero gestiti in modo ingiusto». E dunque «io d’accordo con Daniele Lamanna, decisi di non effettuare chiamate estorsive a danno dei facitori dei marciapiedi di piazza Fera, io e Lamanna fummo d’accordo del fatto che conveniva desistere perché, altrimenti, avremmo dimostrato di accontentarci. Questa vicenda è una delle cause più importanti nella rottura degli equilibri e dei buoni rapporti che Maurizio Rango aveva con gli italiani (3/continua)». (Antonio Alizzi)

Tags
Mostra altro

Redazione Cosenza Channel

Cosenza Channel è una testata giornalista nata nel 2008 con l’idea di occuparsi principalmente delle notizie sul Cosenza Calcio. Il successo conseguito sin dai primi anni ha permesso alla testata di avviare una collaborazione televisiva per mandare in onda un format che parlasse di calcio, in particolare dei Lupi e poi delle altre squadre calabresi. La svolta arriva nel 2016, quando la redazione amplia i contenuti del portale d’informazione, pubblicando notizie di attualità. Il 5 settembre 2019 Cosenza Channel si trasforma completamente. Nuova grafica, contenuti esclusivi, con l’obiettivo di crescere e rendere un servizio informativo sempre più attendibile e di qualità.

Articoli correlati

Back to top button
error: Contenuto Protetto Da Copyright Cosenzachannel.it

Adblock Rilevato

Supporta Cosenzachannel.it, disabilita il tuo Adblock per la nostra pagina