Minamò

Quelle due o tre cose che mancano

Il punto è che il mercato non si fa d'estate, ma d'inverno, esattamente come non si fa la spesa quando il frigo ormai è vuoto.

Avremmo dovuto aiutare Renzi a diventare il segretario di cui avevamo bisogno. Vi chiedo per un attimo di astrarvi dalle vostre idee politiche, qualunque siano, e analizzare con me la seguente frase. Me la disse due anni e mezzo fa un autorevole esponente del Partito Democratico, quando già era chiaro che la parabola dell’ex segretario lo avrebbe portato altrove – senza grossi frutti per sé, ma nemmeno per lo stesso PD. Nella sua semplicità trovo queste parole essenziali per capire davvero i meccanismi complessi. Perché individuano una leadership. E, al tempo stesso, la mettono in discussione: il segretario, da solo con le sue idee, non vale nulla. Ha bisogno di tutto il partito per trovare la rotta (e viceversa). E quindi, se fallisce, la colpa è sua, ma pure di tutti.

Dite che non c’entra con la stagione 2020-21 del Cosenza? Per me sì.

Ci eravamo lasciati con un Non permettetevi più che, più come minaccia, voleva funzionare da stimolo. Era agosto e c’era un mese e mezzo per disegnare una rosa adatta a un tecnico giovane, capace e ambizioso come Roberto Occhiuzzi, legato ai Lupi da un contratto triennale dopo una salvezza strepitosa ed emozionante. Un mese e mezzo dopo, otto undicesimi della formazione titolare che ha affrontato l’Entella erano gli stessi di Cosenza-Juve Stabia. Facevano eccezione: Ingrosso per Capela (e, per quel che si è visto, mi è parso un buon innesto); Corsi per Casasola e Litteri per Rivière (e, vista la presenza di minori in giro, mi astengo da ogni commento).

Ovviamente sappiamo tutti che, in panchina, c’erano due nuovi acquisti (Sacko e Gliozzi) e due rientri (Kone e Bahlouli), oltre a un portiere (Falcone) che potrebbe contendere la titolarità a Saracco e a due difensori (Tiritiello e Schiavi) chiamati a dare qualche break in difesa. E sappiamo pure che il mercato non è finito – Vera dal Lecce pare cosa fatta e un altro paio (almeno spero) di pedine sono in arrivo. Eppure, come diceva il vecchio Lindo Ferretti, poca soddisfazione.

Perché forma è sostanza.

Ci sono due convitati di pietra in questa sessione di mercato atipica, che ha spinto molti anche in A a confermare in blocco (ove possibile) gli organici della stagione appena conclusa. Uno è il duello tra il presidente Guarascio e il ds Trinchera, consumatosi purtroppo sull’onda di un entusiasmo (per la salvezza) che avrebbe meritato maggior rispetto. Il primo ha confermato il budget (ridotto) del 2019/20. Il secondo chiedeva un contratto più lungo (il suo scade nel 2021) e più remunerativo. La zimeca si è conclusa senza rinnovo e con due milioni scarsi per il mercato. Che è un controsenso per tutti. Per il presidente: se non ti fidi più del ds, ne scegli un altro (anche se ad agosto è tardi). Per il ds: se non senti fiducia, te ne vai (senza ventilare un’offerta pronta a Lecce, che invece non c’era).

È un controsenso pure per noi, perché il risultato è stato un mercato al di sotto della linea di sopravvivenza. Nessun acquisto di prospettiva (che interesse ha a farne un ds che a giugno prossimo farà le valigie?), soltanto prestiti e rinnovi.. E qui arriva il secondo convitato di pietra – o di Pietro, se preferite, e perdonate l’irresistibile gioco di parole. Perché la firma di Perina col Vicenza (dopo aver perso i treni di Salernitana, Reggiana e Catania) è una ferita più grande dei mancati arrivi di Tutino e Casasola o del prestito di Asencio al Pescara. È un’offesa alla ragionevolezza, al risparmia e cumparisci delle nostre nonne, perché Pietro Perina era un giocatore del Cosenza. Come lo era Andrea La Mantia (fino al 2017) e Kastriot Dermaku (fino al 2019). Tre giocatori che, al momento di firmare da svincolati, valevano all’incirca mezzo milione di euro ciascuno. Un attaccante, un difensore e un portiere (in pratica l’asse portante di qualsiasi squadra) volati via a zero. Per fortuna non sono soldi miei, ma quante cose avrebbe potuto fare il Cosenza sul mercato con quelle cifre (o, sul campo, con quei giocatori)?

A occhio, le parate di San Pietro sono valse quindici punti in due stagioni di B.

Ve lo dico io: quello che il Cosenza ha fatto negli anni Ottanta. Comprare Galeazzi, Lombardo, Bergamini, Simoni e Padovano in serie D, tra i dilettanti, e rivenderli quattro anni dopo incassando miliardi. E così, anno dopo anno, comprare un giocatore di livello superiore: Urban (intrappolato in C alla Cavese), Marulla (di ritorno da Avellino) e così via. Certo, capitava anche di toppare gli acquisti, ma chi non li sbaglia? Guardate il Cittadella. Ha ceduto Diaw al Pordenone per 2 milioni e mezzo, quando l’aveva preso dall’Entella a 250mila (calcolate voi la plusvalenza). E quest’anno, a parte i prestiti dalla serie A di Tsadjout (tenetelo d’occhio) e altri due, ha pescato come sempre tra C e D. La punta Ogunseye dall’Olbia: titolare al debutto (con gol). In campo dal primo minuto contro la Cremonese c’era pure Donnarumma (difensore dal Monopoli), mentre nella ripresa è subentrato Tavernelli (attaccante, dal Gubbio). Sono rimasti in panchina Mastrantonio pescato dal Monterosi (serie D) e Bassano dal Prato. Totale: meno di un milione di euro.

Il punto è che il mercato non si fa d’estate, ma d’inverno – esattamente come non si fa la spesa quando il frigo ormai è vuoto. A gennaio è già chiaro quali siano i talenti emergenti in serie C: basta avere osservatori e orecchie attente. Quando scrissi che Trinchera non è un direttore sportivo da serie B è questo che intendevo. Giusto applaudirlo per Rivière e Asencio, ma è pure corretto non dimenticare Leandro Var Greco, i fuggiaschi Kanouté e Nicholas Pierini, Monaco (bravo ragazzo, per carità, ma io ho una crisi nervosa ogni volta che penso al rigore di Pisa), Lazaar e le sue dimensioni artistiche espresse più tra Uomini e donne che negli spogliatoi.

Io mi ricordo tutto, come Tony Pisapia, ma senza bisogno di additivi psicotropi

È qui che torna il Renzi citato all’inizio del post. Guarascio ha bisogno che il suo staff lo trasformi nel presidente di cui abbiamo (o, forse, ha lui stesso) bisogno. E lo renda cioè consapevole di un fatto: gestito così, il Cosenza non serve nemmeno a lui. Noi tifosi un senso ce lo troveremo sempre, ma vincere i playoff di rincorsa capita una volta nella vita e salvarsi due volte (una al fotofinish) senza investire davvero e arronzando la rosa è un modo decisamente perverso di stuzzicare il destino. Cambi rotta. Ma, come scrissi già mesi addietro, lo faccia anzitutto per il suo personale tornaconto.

C’è una sostanziale differenza, quest’anno. È finalmente caduta l’ipocrisia dell’alzeremo l’asticella. Per cui, se accadesse di stare nella metà sinistra della classifica, il merito sarebbe ancora una volta del tecnico – e sulla capacità di Roberto Occhiuzzi di tirare fuori il massimo da questa rosa (ad oggi modestissima) sono pronto a scommettere la testa di Frascatore. Il Principe infatti fa parte di una tipologie di persone preziose, che ben ha descritto qualche tempo fa Manuel Pascali in un suo post. Io penso che il Cosenza non abbia idea della qualità delle persone che, per destini incrociati, arrivando dal basso, si sono incontrati in questi anni e ora sono il cuore del club, scrisse l’ex difensore della promozione del 2018. È il momento di farne tesoro e mettere a posto quelle due o tre cose che, da qualche anno a questa parte, sono mancate. Ma ripartendo proprio da questi uomini. Molti di quegli uomini sono rimasti. Quelle due o tre cose, invece, purtroppo continuano a mancare.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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