Minamò

Il rischio e l’impresa

Ancora tanti nodi da sciogliere per Occhiuzzi, alla ricerca della prima vittoria in campionato. Ma una lancia in questo periodo di Covid-19 voglio spezzarla. Tra tante incertezze, forse il budget ridottissimo, imposto da Guarascio a Trinchera...

Da lunedì a oggi ho incontrato, per lavoro, decine di imprenditori toccati dal nuovo dpcm del governo Conte. Mi è accaduto a Lucca, dove ho parlato con un ristoratore che ogni anno aspettava il Comics and Games, il festival dei fumetti (e non solo) più amato d’Italia, per sistemare con gli incassi i bilanci, una specie di “ponte” tra un anno e il successivo e ora, mi dice, «non riesco a vedere né la sponda opposta, né il fiume che c’è in mezzo». Mi è successo a Siena: qui un ragazzo calabrese ha avuto il coraggio di aprire il suo bistrot pochi mesi dopo il lockdown e ora spera che «gli aiuti vadano ai lavoratori, non agli imprenditori, e che ci diano certezze, non promesse». A Firenze, il cuore turistico della Toscana dove lavoro ormai da quasi dieci anni. E così credo stia accadendo anche in Calabria, con la difficoltà aggiuntiva di avere a che fare con un sistema sanitario su cui generazioni di classi dirigenti hanno fatto macello.

Mai come in questi giorni avevo toccato con mano il senso della parola “rischio d’impresa”. Un confine sottile, che segna un discrimine tra chi improvvisa un’attività e chi, invece, sa quel che fa. Anche di fronte a una pandemia che cambierà (e sta cambiando) completamente il nostro rapporto con una realtà che, per decenni, abbiamo creduto immutabile – e, nella quale, tra le variabili del “rischio d’impresa” il fattore “catastrofe” in conto non ce lo metteva davvero nessuno.

Il posto che, finché durerà, il calcio si è ritagliato nel mio mondo è quello di una specie di “isola”. Sottolineo il “finché durerà” perché tutti (o quasi) avevano archiviato il Covid come un evento ormai superato (o comunque marginale nei mesi futuri) e invece, purtroppo, temo che le cose cambieranno ancora.

In questo “finché durerà”, il Cosenza di Roberto Occhiuzzi mi sta rendendo orgoglioso. Non solo per la qualificazione ai sedicesimi di Coppa Italia, che mancava da quando ero uno splendido liceale, ma soprattutto per l’atteggiamento in ogni partita. Se penso a quella con il Lecce, ad esempio, ci vedo una gara in cui sarebbe potuto accadere di tutto. Siamo andati in svantaggio, ma Gabriel aveva appena sventato l’1-0 di Carretta. Il Lecce ha avuto due rigori (uno “vero”, parato da uno splendido Falcone; l’altro “di fatto”, in movimento, spedito in curva da un “gialappico” Stepinski) per il raddoppio, quindi Gliozzi ha trovato il pari. E, a seguire, entrambe hanno avuto diversi match point a disposizione.

Il Cosenza di Occhiuzzi, per come visto finora, sarà una squadra ostica per tutti, contro la quale non sarà mai facile vincere. È su questa caparbietà che i Lupi stanno costruendo la loro “impresa” – non su una “puntazza” di stirpe chiamata a buttar dentro ogni pallone o un fantasista per infilare nel “sette” le punizioni dal limite.

Cinque giornate non sono ancora abbastanza per giudicare questa squadra, ma per individuare qualche “rischio” sì. Il primo è la difesa. Siamo sicuramente di fronte a un reparto più solido rispetto alla scorsa stagione, nonostante l’unico vero innesto sia Ingrosso. Eppure, numeri alla mano, solo contro Alessandria ed Entella i rossoblù non hanno subito reti. Non è un campanello d’allarme, ma – come scrissi a fine mercato – all’organico manca un puntello in questo reparto. E temo che, alla lunga, l’assenza si farà sentire come per il Catanzaro la serie B.

La rete dell’1-0 parte da un rinvio lungo di Gabriel, con Ingrosso (cerchio rosso a sinistra) che sale su Majer per coprire un “buco” della mediana, poi si ferma. Idda (cerchio rosso a destra) cerca di metterci una toppa, ma si perde Coda. Errore del centrocampo, che non accorcia, e della linea difensiva, che non fa scattare il fuorigioco e non trova altri modi di chiudere con decisione.

Questo ci porta a parlare delle fasce, che finora sono il più grosso dei “rischi” che vedo. Intanto perché né VeraBouah si sono presi lo spazio che speravo. Il primo, mezz’ora col fiato corto contro il Lecce, ha bisogno di tempo, ma pare avere caratteristiche decisamente offensive per fare la fascia nel 3-4-3. Il terzino scuola Roma invece, buttato nella mischia nei minuti finali contro il Cittadella (e per poco non serviva a Bittante la rete della vittoria), è rimasto stranamente fuori sia con la Reggina (gli è stato preferito Baez, fuori ruolo) che col Lecce. Insomma, nelle gerarchie di Occhiuzzi nessuno dei due sembra in grado di dare un vero break a Corsi e Bittante (apparso finora non brillantissimo). Incrociamo le dita, perché le corsie esterne nel 3-4-3 sonofondamentali.

Anche in fase difensiva. Nel cerchio blu, Vera in ritardo su un liberissimo Paganini (cerchio rosso) che, sul cross di Calderoni, servirà a Coda un vero e proprio “shootout”.

La mediana, invece, mi pare il reparto in cui siamo messi meglio. Bene Petrucci, bravo anche nel tiro da fuori (e così Kone, che deve crescere in disciplina tattica). La rotazione con Sciaudone e Bruccini offre molte soluzioni.

E infine l’attacco. Dopo il primo tempo contro il Cittadella, Petre è rimasto in panchina fino alla gara di Coppa Italia col Monopoli (in cui, però, non ha inciso granché). Credo che Occhiuzzi gli stia preferendo Gliozzi soprattutto per la dedizione con cui rientra in copertura (e, nei minuti finali, Sueva per sfruttarne la rapidità) e sa lavorare di sponda.

Ma anche proporsi in fase offensiva. Qui Bahlouli preferisce tirare da fuori area, ma l’ex Monza era messo decisamente meglio e l’assist sarebbe stato più saggio.

Sulla punta romena, insomma, aleggia ancora un bel punto interrogativo. E così su Sacko, che molti dicono essere l’elemento più tecnico della “rosa”. Chissà che le prossime gare non ci aiutino a sciogliere questi e un paio di quelli precedenti. Prima della sosta, ci sono Chievo e Brescia. I gialloblu di Aglietti vengono da tre vittorie consecutive e paiono tra le più in forma del torneo. Molto meno prevedibile il Brescia, che pare ancora un cantiere aperto nelle mani di Diego Lopez.

Più in là, davvero, non riesco a vedere. Non tanto, e non solo, perché credo che qualche rossoblù debba ancora entrare in forma e ambientarsi – la sosta, in questo, potrebbe aiutare. Ma soprattutto perché la variabile Covid rende questo campionato talmente imponderabile da rendere sterile qualsiasi esercizio divinatorio.

Una sola lancia credo, in questa incertezza, di poterla spezzare. Aver costruito una squadra con un budget ridottissimo, come Guarascio ha imposto a Trinchera (mentre altri, come Monza, Reggina e Lecce, si dissanguavano o quasi), potrebbe non essere stata una sciocchezza, considerati i tempi. Se ridurre al minimo i margini di rischio sia stato semplice figlio del solito sparagno o di un’incredibile (e magari involontaria) lungimiranza, lo scopriremo (temo) nelle prossime due settimane.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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