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Keep calm e sosteniamo il Principe

Non me la sento davvero di credere che il Cosenza di Occhiuzzi sia in pericolo: i rossoblù sono una squadra costruita per salvarsi.

Sapevo che questo momento sarebbe arrivato. Dopo cinque pareggi (tre in rimonta e due 0-0), tre dei quali con formazioni (Spal, Lecce e Cittadella) (quattro, forse, con la Reggina) che lotteranno per i piani alti, l’umore di buona parte della tifoseria dopo la sconfitta contro il Chievo Verona è sceso come la libido del Conte Mascetti davanti alla povera Milena Vukotic. In un attimo il Cosenza, imbattuto dal 10 luglio scorso e ai sedicesimi di Coppa Italia, si è trasformato nella squadra ancora a secco di vittorie in campionato. E allora tutti a guardare il calendario e sudare freddo in vista dei prossimi impegni: dopo il Brescia, e la sosta, le sfide con le corazzate Frosinone e Salernitana col rischio, secondo molti, di arrivare a dicembre senza aver centrato ancora i tre punti.

Quando tutto comincia ad apparire nero, bisogna girare le spalle all’oscurità che abbiamo davanti e puntellare le poche certezze in nostro possesso. La prima è che, sinceramente, non so che campionato aveste in mente voi, ma il Cosenza 20/21 è una squadra costruita per salvarsi. E farlo senza barricate, catenaccio e contropiede, in linea con l’idea di gioco di Occhiuzzi.

La seconda è che i calciatori messi a disposizione del Principe sono in linea con quest’obiettivo, e non con altri. Basta dare un’occhiata agli undici titolari delle prime sei gare. Lo “scheletro”, ci avrete sicuramente fatto caso e ne scrissi dopo il pari col Lecce, continua a essere quello della straordinaria rimonta di luglio. Idda e Legittimo in difesa; Bruccini e Sciaudone in mediana, con Bittante a sinistra; Baez trequartista o esterno d’attacco e Carretta seconda punta. Parliamo dunque di 7/11. Otto, se pensiamo che il posto di Casasola finora l’ha preso Corsi (al Bentegodi ingiustamente crocifisso per un errore sull’1-0, e nemmeno tutto suo).

È una bocciatura del mercato estivo? Non credo – e non avrebbe senso, dopo appena sei giornate. Ma è un dato di fatto che finora, tra i nuovi arrivi a disposizione, Occhiuzzi abbia puntato solo su Falcone, Gliozzi e Ingrosso titolari più o meno regolari. Ad altri (come Sacko, Petrucci, Vera, Petre) è toccato occasionalmente.

La partita del Bentegodi, per me, si divide quasi esattamente a metà. Fino al rigore trasformato dai clivensi, il Cosenza è ordinato e se la gioca alla pari. Al rientro dagli spogliatoi, invece, dopo la clamorosa prodezza con cui Semper nega l’1-1 a Bittante, la squadra scompare. Baez (non so se per scelta tecnica o per bravura degli avversari) abbandona la trequarti e si sposta all’ala. Bruccini e Sciaudone in mezzo al campo non sono brillantissimi e manca un “ragionatore” dai piedi buoni: Petrucci, per esempio. Occhiuzzi preferisce la verve di Kone, che effettivamente ha un buon impatto sul match, ma non una visione di gioco decisiva. E la partita, nonostante qualche buona ripartenza, si incanala verso il 2-0.

Bisogna riempire meglio l’area, quando c’è il gioco fuori, commenta il Principe negli spogliatoi. E siccome Gliozzi e Petre sono giocatori molto diversi da Riviere e Asencio, che nell’area prendevano posizione a sportellate, credo che in mente abbia qualcosa del genere.

Corsi fa correre la palla sulla fascia verso Carretta (cerchio rosso). Due clivensi vanno in chiusura e Baez è libero di andarsi a prendere lo spazio. E così anche Gliozzi, in mezzo ai due difensori centrali. È la palla gol più nitida dei rossoblù nel primo tempo.

In parole povere Carretta e Baez hanno il compito di portare fuori posizione le difese avversarie, mentre la punta (o gli esterni e i mediani) devono inserirsi in area. Nell’occasione in questione, infatti, un po’ tutti abbiamo pensato che quella fucilata di Baez fosse più da gaccia che da garra charrua, ma ovviamente non era così.

Se Baez calibrasse piano quella palla, ci arriverebbero o Semper o (mi pare) Leverbe. Il problema di questa azione non è il passaggio dell’uruguagio, ma la prateria deserta alle spalle della difesa clivense. Un invito a nozze scortesemente declinato dai rossoblù

Detto che a me il Chievo di Aglietti non ha per nulla impressionato, questa cosa di “riempire meglio l’area” Occhiuzzi deve averla ribadita con veemenza cetrarese durante l’intervallo. Perché, pronti via, nel secondo tempo capita a Bittante un’occasione che, se fosse culminata col gol, avrebbe meritato la Cavalcata delle Valchirie come sottofondo.

Corsi aspetta ancora un po’ per servire Bruccini, e lo trova liberissimo alle spalle di Renzetti. Nella transizione c’è parità numerica, ma il Chievo, preso in velocità, è messo malissimo e le maglie bianche sembrano addirittura di più.

Se insomma il Cosenza avesse attaccato più spesso così, il pari sarebbe arrivato. Ed è proprio per questo che mi sarei aspettato un cambio più “qualitativo” in mezzo al campo (senza nulla togliere alla cazzimma di Kone). A quel punto, invece, il Chievo si è ripreso la regia del match e ha costruito un paio di palle gol che avrebbero potuto chiudere i giochi ben prima del 2-0 di Garritano (anyway, sia sempre lodato).

Per quanto, insomma, il “piano” al Bentegodi sia fallito – e purtroppo al Bentegodi io di “piano”, nel 2001, contro questa squadra di quartiere ne vidi fallire uno decisamente più ambizioso, quindi mi perdonerete se stavolta la prendo con una certa filosofia – non me la sento davvero di credere che il Cosenza di Occhiuzzi sia in pericolo. E diffido anche voi dal farlo. Non azzeccare i cambi può capitare. Non sono nemmeno del tutto sicuro che il Principe li abbia sbagliati, perché l’idea di affidarsi a interpreti che conoscono già la sua filosofia di gioco (Kone più che Petrucci, per semplificare) ha ancora un senso. Almeno fino alla prossima sosta.

E, del resto, avergli messo in mano una rosa ampia, ma nuovamente in ritardo, era un rischio che Guarascio e Trinchera avevano preventivato. O così spero: per come la vedo io, il Cosenza avrebbe potuto perdere con Reggina e Lecce e vincere la gara col Cittadella, ma avremmo gli stessi punti.

È il motivo per cui mi sento di ribadire che i rossoblù non saranno un cliente facile per nessuno. Nemmeno per il Brescia che, dopo il 3-0 al Lecce, è incappato in una sconfitta (col Chievo) e si è fatto rimontare due volte dalla Virtus Entella. Keep calm, insomma, e sosteniamo il Principe.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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