Minamò

Mandrake, diciotto e il Cavaliere nero

Per capire se Occhiuzzi e il Cosenza saranno in grado, nonostante l’avvocato De Marchis e il Pomata (Guarascio e Trinchera) e i pochi mezzi a disposizione, di fare o no la Mandrakata, bisogna ancora aspettare.

Al minuto ventitré del secondo tempo, un cross di Carretta da destra viene allontanato dalla difesa del Brescia sulla parte sinistra dell’area di rigore. Baez (che, in attesa di prestazioni migliori, rinomino con immutato affetto Gaccia Charrua) controlla la palla e la scarica appena sul limite verso Balhouli. Il tiro angolato del francese costringe al tuffo il portiere Joronen. È la prima conclusione in porta del Cosenza della partita e arriva, ripeto, al 68°.

Dopo la seconda sconfitta di fila, alla settima giornata di campionato, i Lupi contano 5 punti in classifica (frutto di altrettanti pareggi). Ne avevamo appena uno in meno, e cioè quattro, un anno fa: zero vittorie, come oggi, tre sconfitte contro le due odierne. Stesso numero di reti segnate (4) e subìte (7). E in effetti, al di là del cambio di modulo (dal 3-5-2 di Braglia al 3-4-1-2, con varianti, di Occhiuzzi), le formazioni “titolari” alla settima giornata a distanza di un anno coincidono su 5/11: Legittimo, Idda, Baez, Bruccini e Carretta (più Sciaudone, sabato subentrato in corsa). Non solo. Quel Cosenza aveva tre grossi problemi e, siccome il mercato non si è rivelato decisivo nel risolverli, ce li ha ancora.

Il primo, mi spiace ribadirlo, è la difesa. Ingrosso o Tiritiello in campo, cambia poco. La prima rete del Brescia è l’ennesima clamorosa dormita collettiva (ci metto anche i mediani tra i responsabili), in cui gli avversari riescono a tirare una prima e una seconda volta senz’essere disturbati attivamente e trovano il tocco vincente con una spizzata di testa a cinque metri dalla porta in mezzo a tre marcatori. È vero, un anno fa con Monaco eravamo messi ben peggio, ma a Circati (e cioè al peggio) ci sarà pure una fine…

Da quando esiste Minamò, credo di aver parlato dei problemi della difesa più volte di quante Gigi Proietti abbia detto “diciotto” in questa barzelletta.

Il secondo è il centrocampo. Allora il fulcro del gioco era Kanouté, incostante e distratto. Oggi il “ragionatore” di centrocampo non c’è. Non ne ha le caratteristiche Bruccini né Sciaudone, Ba e neppure Kone. In sette gare, Occhiuzzi ha cambiato quasi sempre la coppia centrale, ma l’unico che potrebbe avere le capacità per interpretare quel ruolo (Petrucci) è rimasto spesso fuori, o per problemi fisici o per scelta tecnica.

Finora, infatti, l’idea del Principe – in assenza di corsie esterne robuste, perché il nuovo Casasola ancora non l’abbiamo trovato – è stata quella di spostare il fulcro della manovra sulla trequarti e trasformare Baez in un “regista” avanzato, con due mediani “forti” a coprirgli le spalle. Mi pare di capire che questa strategia sia stata ormai scoperta e aggirata da parecchi avversari. Reggina (in quel caso al posto di Baez c’era Sacko), Lecce, Chievo e Brescia sono sempre riuscite a occupare quella porzione di campo, rendendo ingiocabili i palloni della Gaccia Charrua. Che, costretto a tergiversare in possesso, o riesce a prendere fallo o espone i nostri a ripartenze spesso fatali.

Baez, insomma, nel progetto tattico del Cosenza doveva essere il Cavaliere Nero. È diventato il Cavaliere Bianco.

La conseguenza è che Occhiuzzi ha spostato spesso Baez all’ala, ma così ha svuotato la trequarti – ed è andata persino peggio. Fino all’ingresso di Balhouli, che da qui in poi ribattezzo ufficialmente Balù, per quell’aria da ti bastan poche briciole, lo stretto indispensabile dell’orso de Il libro della giungla. L’età, la leggerezza e l’incoscienza del giovane blucerchiato sono qualità che, ad oggi, rendono più imprevedibile il suo gioco rispetto a molte altre frecce all’arco di Occhiuzzi. E non è dunque un caso che le cose migliori il Cosenza le abbia proposte proprio dopo l’ingresso di Balù in campo (65° minuto) in poi.

Il terzo problema è la “punta”. In realtà, un anno fa, scoprimmo di averlo risolto proprio alla settima giornata, quando Riviere segnò la sua prima, bellissima rete contro il Venezia. Ad oggi né Gliozzi (a proposito, auguri di pronta guarigione), né Petre, né Borrelli hanno dato prova con le loro prestazioni di meritare fino in fondo la titolarità. Possiamo ripeterci che è ancora presto, ma il campionato ormai è iniziato da quasi due mesi. D’altra parte, nelle gerarchie di Occhiuzzi, persino Sacko (ancora oggetto misterioso) pare aver sorpassato l’ex attaccante dello Steaua Bucarest, e questo qualcosa vorrà pur dire…

In questo momento il Principe è Mandrake. A noi tocca essere un po’ meno Mafalda e un po’ più Gabriella. E, se non l’avete capita, è perché non avete mai visto Febbre da cavallo: shame on you!

A questo punto il Principe ha due settimane di tempo, quelle della sosta, per mettere a fuoco la situazione. E io credo sinceramente che, se riuscì a trovare la quadra dopo le due sconfitte contro Ascoli e Spezia nello scorso torneo, possa farcela anche adesso.

Da un paio di partite, i tre problemi di cui sopra (due dei quali rimasti irrisolti da un anno a questa parte) si traducono infatti sostanzialmente in un unico, grosso difetto: la mancanza di imprevedibilità. Mediana e trequarti campo ne difettano; l’attacco ne risente in palle giocabili; e, a cascata, pure la difesa, troppo spesso presa in controtempo dalle ripartenze avversarie. Trovare i primi tre punti della stagione tra Frosinone e Salernitana pare impresa ai limiti delle possibilità umane. Eppure, sul mio desktop, da agosto campeggia (e campeggerà a lungo) la zampata di Asencio contro il Pisa al minuto 94. E cioè il gesto atletico che pose fine al momento peggiore della mia vita calcistica negli ultimi tre anni (più o meno dai tempi del gol di Cia nella gara d’andata col Sudtirol): quello intercorso tra l’1-1 di De Vitis e il cross di D’Orazio. Per capire se Occhiuzzi e il Cosenza saranno in grado, nonostante l’avvocato De Marchis e il Pomata (Guarascio e Trinchera) e i pochi mezzi a disposizione, di fare o no la Mandrakata, bisogna ancora aspettare.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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