venerdì,Dicembre 2 2022

“Sistema Rende”, le motivazioni: «Accordo tra D’Ambrosio e i politici»

Dopo tre anni depositate le motivazioni della sentenza sul processo "Sistema Rende". Ecco cosa scrive il gup su D'Ambrosio e Sandro Principe.

“Sistema Rende”, le motivazioni: «Accordo tra D’Ambrosio e i politici»

A circa tre anni di distanza dalla sentenza di primo grado, rito abbreviato, dell’inchiesta “Sistema Rende”, il giudice Pietro Carè a metà marzo ha depositato le motivazioni che hanno portato alla condanna di Adolfo D’Ambrosio (assolto per il capo 1 perché il fatto non sussiste), Michele Di Puppo (assolto per il capo 1 perché il fatto non sussiste), Rosario Mirabelli e Marco Paolo Lento e all’assoluzione di Francesco Patitucci e Umberto Di Puppo (capo 1 perché il fatto non sussiste e capo 2 per non aver commesso il fatto). Il processo trattava il presunto patto elettorale tra l’ex sindaco di Rende, Sandro Principe e gli esponenti della cosca Lanzino di Cosenza. In sede di rito ordinario, l’istruttoria dibattimentale è in corso di svolgimento presso il tribunale collegiale di Cosenza.

Alcuni reati già prescritti

Preliminarmente, è bene ricordare che la Dda di Catanzaro, nella richiesta di rinvio a giudizio, aveva precisato di non procedere ad esercitare l’azione penale nei confronti degli indagati di cui al capo 1 limitatamente alle competizioni elettorali degli anni 1999, 2004 e 2006 in quanto i relativi reati sono prescritti. Stessa cosa dicasi per la sola acquisizione del bar Colibrì avvenuta il 25 settembre del 2002, mentre vengono contestate in giudizio le condotte degli anni 2007-2008 riguardanti lo scomputo dei canoni di locazione, nonché la riassunzione di Adolfo D’Ambrosio nel 2007 e le assunzioni dei dipendenti Maria Immacolata Marchese, Anna De Simone e Raffaele Ventura nella cooperativa RENDE 2000, e Francesco Irillo, Ida Cundari (ora Ida Lanzino), Adriano Moretti, Aldo Andrea D’Ambrosio, Francesco Midolla e Raffaele Scornavacca nella società RENDE SERVIZI SRL, tutte avvenute, a dire dell’accusa, complessivamente da febbraio 2005 a maggio 2009.

“Sistema Rende”, il patto elettorale

Secondo il gup distrettuale di Catanzaro, Pietro Carè, analizzando i capi d’accusa da 1 a 4 «è possibile ritenere raggiunta la prova della stipulazione, intorno all’anno 1999, di un patto elettorale fra l’onorevole Sandro Principe e gli esponenti del gruppo criminale Lanzino, avente ad oggetto lo scambio fra l’appoggio elettorale degli uomini del clan e la disponibilità a porre in essere una serie di condotte amministrative di favore, realizzate da Principe attraverso l’indebita ingerenza sull’apparato amministrativo del Comune di Rende ovvero l’organo di presidenza di società sottoposte a controllo pubblico». 

Il giudice, richiamando la mozione cautelare del pm, Pierpaolo Bruni, ha ripercorso tutte le testimonianze rese in fase di indagini preliminari circa il peso politico di Principe nelle varie competizioni elettorali e il “modus operandi” dello stesso durante le varie legislature comunali. A prova di ciò, il giudice Carè evidenzia che «il vasto compendio probatorio consente di delinearsi una sorta di “accordo corruttivo quadro” destinato a rinnovarsi ad ogni competizione elettorale sino al 2011, anno in cui Adolfo D’Ambrosio comincia a lamentare il mancato rispetto dell’intesa, preludio della rottura attestata dalle conversazioni in carcere del 2014».

Il richiamo alla sentenza della Cassazione

Il giudicante, però, rileva che «nonostante l’astratta compatibilità della corruzione elettorale ex art. 86 DPR 570/60 con l’asservimento della funzione proprio del delitto ex art. 319 c. p., non risulta dimostrata, fatta eccezione che per l’ipotesi del capo 3 (riassunzione di D’Ambrosio), la correlazione delle (promesse di) condotte di favore con una determinata e prossima competizione elettorale». Questo passaggio, tuttavia, richiama la sentenza della Cassazione, secondo cui non esisterebbe la corruzione tra D’Ambrosio e Principe. Il passaggio infatti riguarda il provvedimento del 20 luglio del 2016 (LEGGI QUI L’ARTICOLO).

Le dichiarazioni di Roberto Violetta Calabrese

Come si arriva quindi alla condanna di Adolfo D’Ambrosio (4 anni e 8 mesi) e Michele Di Puppo (4 anni e 8 mesi), Rosario Mirabelli (2 anni) e Marco Paolo Lento (2 anni)? Il giudice individua come i “negoziatori” dei presunti accordi illeciti soltanto i primi due, mentre «non appaiono sufficientemente riscontrate le dichiarazioni del collaboratore Roberto Violetta Calabrese rispetto a Francesco Patitucci e Umberto Di Puppo, certamente impegnati nella raccolta di voti per la parte politica dell’on. Principe ma, perché lungamente carcerato il primo e con ruoli gregari il secondo, probabilmente estranei alla conclusione dell’accordo corruttivo». E ancora, «nell’ambito di scelte spregiudicatamente clienti, appare difficilmente dubitabile la consapevolezza dei politici coinvolti in ordine alla caratura criminale della controparte (basti pensare alla “fama” di Ettore Lanzino assunto presso la cooperativa Rende 2000 s. c. a. r. l. nell’aprile 2008) ed all’agevolazione della cosca conseguente all’adozione di atti e comportamenti amministrativi di favore». 

Come fonte di prova, il giudice Carè valorizza le dichiarazioni rese da Violetta Calabrese, affermando che le stesse trovano «riscontro» quantomeno per le posizioni di D’Ambrosio e Michele Di Puppo. Il pentito infatti aveva dichiarato di aver appreso «direttamente da D’Ambrosio» il rapporto di scambio «politico-elettorale con Principe, concretizzatosi con la concessione del bar “Colibrì” e con le assunzioni nella cooperativa Rende 2000 s. c. a. r. l., costituente non soltanto un serbatoio di voti e di propaganda elettorale, con costi a carico del pubblico, per il politico rendese, ma anche strumento di alimentazione per la “bacinella” della cosca». 

I colloqui in carcere

Altro elemento che il giudice richiama nella motivazioni della sentenza sono i colloqui in carcere di Adolfo D’Ambrosio con i suoi familiari, intercettati in prossimità delle elezioni comunali del 2014 che, a parere del gup Carè, «costituiscono una vera e propria confessione sulla natura del rapporto con Principe; in particolare, amareggiato per essere solo loro (la parte mafiosa del rapporto) “a pagare”, l’imputato esterna tutto il suo malcontento per non essere state esaudite (alcune) le sue richieste dell’amministrazione (il proprio mantenimento in servizio presso il comune o l’assunzione del figlio Aldo, la possibilità di pieno utilizzo dell’area mercatale, lo scomputo del canone di locazione del bar Colibrì dei lavori di miglioramento effettuati) e, implicitamente confermandolo, afferma provocatoriamente che l’appoggio elettorale per le imminenti competizioni sarebbe dovuto essere remunerato con 100mila euro». 

Le primarie del Pd

Nelle motivazioni entrano, seppur in breve, le primarie del Pd nell’anno 2007 che, rileva il gup, confermano «la stabilità del patto elettorale stipulato da Principe con esponenti del clan Lanzino». Questo passaggio era contenuto nell’informativa definitiva dei carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza, i quali avevano appreso le condotte poste essere dalla cosca per la competizione interna al nascente partito nazionale di centrosinistra che non viene interessata dalla richiesta cautelare soltanto perché la legge lo esclude dai reati cosiddetti elettorali. Ed è certamente un aspetto che avrebbe provocato un terremoto politico-giudiziario sia in ambito locale sia in ambito nazionale.

I rapporti tra Gagliardi e D’Ambrosio

Inoltre, viene trattata anche la presunta condotta illecita messa in atto dall’ex assessore comunale, Giuseppe Gagliardi che «promette di impegnarsi a ristorare D’Ambrosio per i danni subiti dal “suo” locale a fronte di appoggio elettorale». Non trova conferma, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’illiceità dell’assunzione di Adolfo D’Ambrosio al comune di Rende nel 2002 (ipotesi di reato prescritta) e la riassunzione nel 2007 dopo l’arresto nell’operazione “Twitter”, avvenuto nel 2004, in quanto risulta – scrive il giudice – che «D’Ambrosio sia stato assunto nell’ambito di un processo di stabilizzazione di lavoratori cosiddetti Lsu in un periodo temporale in cui, benché non gravato da precedenti penali ostativi, era già nota la sua vicinanza alla criminalità organizzata». 

Le cooperative rendesi

Nel capitolo dedicato alle “condotte amministrative di favore” il gup Carè sottolinea che «la cooperativa Rende 2000 s. c. a. r. l. dall’anno 2000 al 2008 e, successivamente, la società Rende servizi S. R. L., ad essa subentrata, hanno rappresentato – per numero dei dipendenti (da 81 nel 2002 a 197 nel 2008) e modale di selezione (per lo più a chiamata diretta su una lista predisposta in genere da Principe, cui l’assessore Ruffolo aggiungeva “i suoi nominativi”) – un vero e proprio “serbatoio elettorale” e di attività di propaganda con soldi pubblici per la parte politica facente capo all’onorevole Principe». Infine, nell’ultima parte della sentenza il gup ricostruisce i rapporti tra Michele Di Puppo e Rosario Mirabelli, richiamando anche un passaggio che riguarda un attuale consigliere regionale, sul quale la Dda di Catanzaro non ha trovato elementi indiziari forti per sostenere l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

Tuttavia, il collegio difensivo – composto anche dagli avvocati Angelo Pugliese, Cesare Badolato e Gianluca Garritano – annuncia ricorso in appello.

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