domenica,Giugno 23 2024

Inseriti nel gruppo Porcaro per il traffico di droga: la storia di Bruno Bartolomeo

È quanto emerge dalle carte dell'inchiesta Recovery. Gli indagati parlano della gestione del narcotraffico e della somma di 45mila euro che "vantava" l'allora "reggente" del clan degli italiani di Cosenza

Inseriti nel gruppo Porcaro per il traffico di droga: la storia di Bruno Bartolomeo

L’inchiesta Recovery ha acceso i riflettori della Dda di Catanzaro sul gruppo degli italiani che a dire degli stessi magistrati sarebbe capeggiato dal boss di Cosenza, Francesco Patitucci. Le indagini hanno permesso di far emergere le condotte illecite delle persone “attenzionate”, da un altro punto di vista. Una parte degli atti contenuti nel procedimento penale riguardano fatti e intercettazioni del passato. Oggi, con la rilettura degli atti, grazie alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, è stato possibile, secondo gli investigatori, ricostruire le dinamiche criminali del narcotraffico in città.

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Fino all’altro giorno, il traffico di stupefacenti si pensava fosse in mano soltanto agli “zingari” di Cosenza. In realtà, gli addetti ai lavori, guardando in maniera approfondita la discovery del procedimento penale “Reset“, avevano intuito che la situazione fosse in piena evoluzione. Così, a distanza di anni dalle prima avvisaglie, i magistrati antimafia sono riusciti a mettere insieme i pezzi mancanti del mosaico investigativo, costruendo un’ipotesi accusatoria che dopo aver superato il vaglio del gip ora verrà valutata dai giudici del Riesame di Catanzaro e, infine, dalla Cassazione.

Gli intrecci con Bruno Bartolomeo

Uno degli episodi riportati nelle carte dell’inchiesta riguarda Bruno Bartolomeo. Il periodo d’interesse investigativo inizia il 29 novembre 2018, allorquando «Antonio Caputo», legato da vincoli di parentela agli imputati di Reset, «riferiva ai propri familiari alcune vicende che riguardavano il narcotraffico gestito da Immacolata Erra», indagata anche nell’inchiesta sulla presunta associazione a delinquere dedita al traffico di stupefacenti, che introduceva (tra le altre cose) i cellulari nel carcere di Catanzaro.

Gli investigatori ritengono che «nella circostanza emergeva come la donna avesse “sperperato” 7-8 mila euro in un lasso temporale di circa due mesi; questa situazione, unitamente alle continue richieste di denaro giunte dalla donna, non era stata assolutamente accettata da Alfredo Sirufo e Candido Perri – pusher di Bruno Bartolomeo – che, per questo, decidevano di rapportarsi direttamente con Antonio Caputo».

Lettere in carcere

La polizia giudiziaria che ha condotte gli accertamenti investigativi ha riferito che i due, riferendosi ad Alfredo Sirufo e Candido Perri, «avevano deciso di scrivere in carcere direttamente a Bartolomeo che aveva risposto di andare contro il comportamento della convivente; in effetti Alfredo Sirufo aveva ereditato il debito di Bruno Bartolomeo nei confronti di Roberto Porcaro, ammontante a 35mila euro». Tuttavia, il debito di droga sarebbe lievitato nel giro di poco tempo dopo l’arrivo di altri due carichi di stupefacente «fatti arrivare da Porcaro ad Alfredo Sirufo».

La situazione poi avrebbe preso un’altra piega. Gli investigatori, sul punto, hanno annotato che «Antonio Caputo consigliava alla nipote di agire con particolare prudenza alla luce del fatto che, ella stessa, risultava essere indagata per spaccio di stupefacenti (unitamente al convivente) per come dichiarato da Marco Ariello, (circostanza a conoscenza di Caputo). Immacolata Erra, effettivamente, in quel momento storico era indagata nell’ambito del Procedimento Penale 4967-17 iscritto presso la Procura della Repubblica di Cosenza».

Lo stesso Caputo invitava quindi la nipote, Immacolata Erra a fare «un “passo indietro” dalla co-direzione/ gestione dello spaccio, invitandola ad attendere solamente che Sirufo (e gli altri) portassero il denaro mensile spettante che, per buona norma, avrebbe dovuto essere veicolato all’estinzione del debito con Porcaro».

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