Una carriera in campo da leader, quattro promozioni in Serie A e piazze trascinate da capitano. Per questo sorprende ancora di più vederlo accettare un progetto tecnico senza ambizioni
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C’è quasi un paradosso nella prima esperienza da direttore sportivo di Fabio Lucioni. Perché stiamo parlando di un uomo che, da calciatore, ha costruito la propria carriera esattamente sul contrario di ciò che oggi rappresenta il Cosenza.
Leader vincente dappertutto
Lucioni è stato un vincente. Uno di quei difensori che magari non hanno riempito le copertine nazionali, ma che negli spogliatoi avevano un peso enorme. Capitano, riferimento, uomo delle promozioni. Con il Benevento fu protagonista della storica scalata dalla Serie C alla Serie A, indossando la fascia e accompagnando i sanniti fino alla prima partecipazione della loro storia nel massimo campionato. A Lecce ha conquistato altre due promozioni in A, diventando un punto fermo della squadra. Poi il Frosinone, ancora da protagonista e con la fascia al braccio, per un'altra vittoria del campionato di Serie B. In totale, quattro promozioni in Serie A. Un percorso segnato dalla competitività e dalla capacità di guidare gruppi con obiettivi ben definiti. E chissà come sarebbe finita due anni fa se avesse davvero firmato per il Cosenza di Alvini, ancora nelle vesti di calciatore.
Perché accettare Cosenza?
C'è allora un aspetto difficile da comprendere nella scelta di Lucioni. Oggi accettare il Cosenza, soprattutto come primo incarico da direttore sportivo, significa infilarsi volontariamente in una situazione complicatissima. Si può capire la voglia di cominciare, la smania di misurarsi subito con il nuovo mestiere, il desiderio di passare dal campo alla scrivania senza aspettare l'occasione perfetta. Ma avrebbe avuto forse più logica vedere in queste condizioni un direttore proveniente dalla Serie D, un giovanissimo disposto a tutto pur di entrare nel professionismo oppure un dirigente navigato, con poche altre prospettive e pronto ad accettare margini di manovra molto ristretti. Lucioni arriva da tutt'altra storia. E allora la domanda diventa inevitabile: come può, proprio al primo incarico, mettere il proprio nome su un'operazione di ridimensionamento così marcata? La voglia di iniziare spiega la scelta di sedersi subito dietro una scrivania. Molto meno quella di farlo in un contesto nel quale le possibilità di incidere sembrano così limitate.
Che progetto tecnico ha questo Cosenza?
È difficile, almeno finora, riconoscere nel progetto rossoblù qualcosa del Lucioni calciatore. Il Cosenza è partito malissimo, ma la questione va oltre i risultati: riguarda il modo in cui è stata costruita la squadra e il progressivo abbassamento delle aspettative rispetto all'inizio dell'estate. La responsabilità della linea societaria resta di Eugenio Guarascio e Rita Rachele Scalise. Sono loro a stabilire budget e indirizzo del club. Lucioni, però, è il direttore sportivo e ha avuto il compito di trasformare quelle indicazioni nelle scelte di mercato. Il giudizio del campo, finora, è stato impietoso. Lo stesso Lucioni ha parlato di «anno zero» e indicato nella salvezza l'obiettivo principale. Una definizione che fotografa la situazione, ma che apre un interrogativo: cosa dovrebbe nascere da questo anno zero? Abbassare il monte ingaggi e puntare sui giovani può essere una strategia. Per diventare un progetto, però, serve una struttura riconoscibile, una rosa equilibrata e una prospettiva. Elementi che, al momento, si fatica ad individuare. Le difficoltà legate al Marulla, agli allenamenti e alle gare lontano da casa hanno certamente inciso sulla preparazione e sulla quotidianità. Non spiegano però quanto accaduto tra luglio e settembre. Quelle sono scelte di mercato e rientrano direttamente nelle competenze del direttore sportivo. A questo punto, come diceva Marzullo, un’altra domanda nasce spontanea: quale soddisfazione professionale può trovare un uomo abituato per tutta la carriera a giocare per traguardi importanti nell'iniziare il nuovo mestiere sapendo di dover gestire una squadra senza alcuna ambizione? Lucioni ha accettato l'incarico conoscendone le condizioni. Per questo non può essere considerato soltanto il terminale delle decisioni prese dalla proprietà. Il tempo dirà se dietro questa operazione esiste una logica destinata a emergere più avanti. Per adesso, purtroppo, parlano il campo e la classifica.

