La Corte accoglie l’istanza dell’avvocato Pietro Perugini. Nella prossima udienza sarà sentito di nuovo il consulente Crisci. In primo grado l’imputato era stato punito per il reato di omessa bonifica e assolto per disastro ambientale
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
La Corte d’Appello di Catanzaro ha accolto la richiesta di riapertura dell’istruttoria dibattimentale nel processo a carico di Pasquale Bilotta, ex liquidatore dell’ex Legnochimica di Rende, condannato in primo grado per omessa bonifica.
Nel corso dell’udienza del 17 giugno, i giudici hanno disposto l’acquisizione dei documenti indicati dalla difesa. La Procura generale ha chiesto di sentire, sulle nuove acquisizioni, il professor Crisci, consulente del pubblico ministero nel giudizio di primo grado.
L’udienza è stata quindi rinviata al 4 novembre 2026 per l’esame del consulente.
Bilotta era stato condannato dal Tribunale di Cosenza, giudice monocratico Francesca Familiari, a nove mesi di reclusione e al pagamento di 14mila euro di multa, con pena sospesa, per il reato di omessa bonifica. Lo stesso Tribunale aveva invece assolto l’imputato dall’accusa di disastro ambientale perché il fatto non sussiste.
L’ex liquidatore è difeso dall’avvocato Pietro Perugini, che in appello ha depositato nuovi motivi e chiesto la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.
Al centro della richiesta difensiva vi sono alcuni documenti acquisiti dopo la sentenza di primo grado. Tra questi, un report tecnico relativo all’area dell’ex stabilimento Legnochimica, redatto nell’ambito di uno studio modellistico-sperimentale sul processo di bonifica, e il provvedimento del giudice delegato al fallimento con cui è stata autorizzata l’estromissione dalla massa attiva delle aree interessate dalla bonifica.
Secondo la difesa, il report tecnico offrirebbe una lettura diversa rispetto a quella posta a fondamento della condanna. In particolare, verrebbe evidenziata una componente naturale della presenza di ferro e manganese nella falda, con valori che, secondo la prospettazione difensiva, non sarebbero riconducibili ad attività industriali pregresse.
La difesa ha sostenuto inoltre che la decisione del giudice delegato al fallimento confermerebbe l’impossibilità economica di procedere alla bonifica. Nel provvedimento richiamato, il costo minimo di rimozione dei rifiuti veniva indicato in 1.918.000 euro, a fronte di un valore dei beni stimato in 1.196.416 euro.
Nel giudizio di primo grado, la condanna per omessa bonifica era stata fondata anche sulle conclusioni del consulente del pubblico ministero, il professor Crisci, secondo cui la contaminazione della falda sarebbe stata riconducibile all’area dell’ex stabilimento e alla presenza di metalli pesanti.
Sulle nuove acquisizioni documentali la Procura generale ha ora chiesto l’esame dello stesso consulente. La Corte d’Appello ha quindi rinviato il processo a novembre, quando il confronto tecnico entrerà nuovamente nel merito delle cause della contaminazione e della posizione dell’ex liquidatore.

