Per la prima volta Francesco Bellusci, detto “Occhi Celesti”, parla pubblicamente da collaboratore di giustizia nel processo Hydra e ricostruisce dall’interno la criminalità calabrese cresciuta tra Milano, Legnano e Lonate Pozzolo. «Cristello mi disse che da sgarrista sulla schiena portavo un leone incatenato da 24 mani».

Dietro una tenda, nascosto agli sguardi del pubblico, degli imputati e delle parti, racconta al Tribunale di Milano il mondo nel quale ha vissuto per anni. Per la prima volta parla in un’aula pubblica nella nuova veste di collaboratore di giustizia. La sua deposizione disegna dall’interno una ’ndrangheta lombarda capace di tenere insieme tradizioni antiche e modernissimi affari finanziari. Una criminalità che recita ancora formule, attribuisce doti e conserva gerarchie quasi sacrali, ma ha imparato a eliminare tutto ciò che può diventare una prova nelle mani degli investigatori. È forse questa l’immagine più efficace della metamorfosi della ’ndrangheta al Nord: il santino scompare, il rito sopravvive.

Il rito dello “sgarrista”: «Il santino non si usa più, è rischioso»

Bellusci racconta di essere stato affiliato alla locale di Legnano-Lonate Pozzolo e di aver saltato il grado di picciotto grazie al curriculum criminale già accumulato in giovane età, entrando direttamente come “camorrista”. Nel 2019, tra Gallarate e San Marato, nel terreno di Filippo Sergi, avrebbe poi ricevuto la dote di “sgarrista”.

A officiarne l’ingresso nel nuovo rango, secondo il suo racconto, furono Giacomo Cristello e Filippo Sergi, la “copiata” che identificava la sua appartenenza. Il rito descritto davanti alla presidente Maria Luisa Balzarotti conserva un impressionante apparato simbolico. Bellusci parla di una formula pronunciata a bassa voce, di «un tavolo di noce fine finissimo», tre pugnali conficcati, sette calici e un fazzoletto di seta con il pizzo sul quale Cristello e Sergi avrebbero fatto un nodo per rappresentare Vincenzo Rispoli, allora agli arresti domiciliari.

Gli consegnarono anche un libro scritto a mano. Da quelle pagine Bellusci avrebbe appreso che la protettrice dello sgarro era Santa Elisabetta e che lo sgarrista portava simbolicamente tre M d’oro sotto il piede destro e una stella sulla fronte «che porta luce in tutto il mondo». Manca invece uno degli oggetti tradizionalmente associati all’affiliazione mafiosa: il santino. «Non si usa più», spiega Bellusci. Troppo pericoloso. Le indagini e i controlli hanno costretto anche il rito ad adattarsi.

L’iniziazione diventa così meno materiale, ma conserva intatti simboli, formule e gerarchie. Al nuovo sgarrista Cristello avrebbe spiegato persino l’immagine del leone incatenato da 24 mani: il segno del rango raggiunto e dei 24 “camorristi” che, nella rappresentazione descritta dal collaboratore, potevano trovarsi sotto di lui. Continua a leggere su LaCapitale News