La Corte d'Appello di Catanzaro – Loredana De Franco presidente, Giancarlo Bianchi, Ippolita Luzzo a latere – il 23 settembre 2024 ha confermato la solidità dell'impianto accusatorio contro il clan Anello-Fruci, attiva nell'area che da Filadelfia arriva fino a Lamezia Terme. Al centro della decisione svetta la figura di Rocco Anello (cl. 61), riconosciuto come il vertice strategico e operativo di un’organizzazione capace di infiltrare profondamente il tessuto economico di una vasta fetta di territorio. Solo di recente sono state depositate le motivazioni della sentenza del procedimento denominato Imponimento.

Il ruolo di Rocco Anello: il boss tra affari e intimidazioni

Rocco Anello viene descritto come il capo indiscusso del sodalizio, con poteri di decisione, pianificazione e individuazione degli obiettivi criminali da perseguire. La sua autorità non si limitava alla gestione delle attività tradizionali della 'ndrangheta, come il traffico di armi e sostanze stupefacenti (importate anche dalla Svizzera), ma si estendeva al controllo capillare delle attività imprenditoriali sul territorio.

La sentenza evidenzia come Anello, nonostante periodi di detenzione o restrizioni, abbia continuato a dirigere il clan, avvalendosi di messaggeri e fidati collaboratori per controllare i settori economici chiave: dal taglio boschivo (gestito tramite Francesco Mallamace, condannato a 10 anni e 8 mesi, e Antonio Nicola Monteleone, condannato a 20 anni) all'edilizia e ai villaggi turistici. Avrebbe imposto ditte "amiche" in grandi cantieri dove Anello avrebbe deciso unilateralmente fornitori di calcestruzzo e ditte per il movimento terra. Avrebbe esercitato il metodo mafioso: attraverso una pressione estorsiva che costringeva gli imprenditori a piegarsi alle sue volontà, spesso schermando il proprio ruolo dietro la ditta del figlio Francescantonio, condannato a 12 anni e 20 giorni.
Per questi reati, Rocco Anello è stato condannato alla pena di 20 anni di reclusione.

Il rapporto col finanziere Domenico Bretti

Uno degli aspetti più importanti emersi dalla sentenza riguarda il rapporto di "scambio" tra il clan e Domenico Bretti, all'epoca sovrintendente della Guardia di Finanza in servizio a Vibo Valentia, condannato a 12 anni e 8 mesi.

Secondo l’accusa il rapporto tra Anello e il finanziere si configurava come un accordo corruttivo basato su uno scambio di favori. Bretti informava costantemente il clan su indagini in corso. Il 26 dicembre 2017 Rocco Anello viene intercettato mentre legge un documento a Monteleone. Si tratta di un appunto informativo della Guardia di finanza di carattere "riservato”, con il quale si segnalava l'interessamento di alcune famiglie di ‘ndrangheta come i Vallelonga gli Anello e i Fiarè nella gestione della grande distribuzione alimentare ed in particolare nella realizzazione del supermercato a marchio “Eurospin" a Pizzo.
«Le successive indagini – scrivono i giudici - hanno consentito di individuare non solo il documento che stava leggendo l'Anello, ma anche la sua natura riservata, la sua provenienza e le modalità con cui era stato trasmesso ed intercettato e stampato da qualcuno che aveva fatto accesso alla postazione informatica dell'area riservata della Sala Operativa del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e che veniva identificato in Bretti Domenico che in quel periodo prestava servizio proprio presso quella sala operativa, articolazione del Comando Provinciale che cura anche la ricezione di note informative a carattere riservato». Senza dubbio per la Corte questa rivelazione di segreto d’ufficio è aggravata dalle modalità mafiose «poiché la divulgazione di un'informazione segreta inerente all’attività investigativa, e addirittura la consegna di un documento riservato coperto da segreto, in seguito condivisa tra i vari esponenti della cosca, ha certamente accresciuto le difese della consorteria ponendo i destinatari in condizione di tutelarsi dall'attività investigativa».

In cambio di questo asservimento, Rocco Anello e i suoi sodali avrebbero concesso a Bretti benefici economici indebiti, tra cui prestazioni d'opera gratuite (come viaggi di camion effettuati da ditte riconducibili ad Anello per l'azienda di Bretti, la "Gardenia Marmi") e l'accesso a spartizioni oligopolistiche di appalti e commesse nella zona, garantite dall'influenza mafiosa del clan. «A fronte di tali attività svolte in favore della cosca. Bretti ha beneficiato di prestazioni d'opera anche a titolo gratuito da parte dell'impresa Anello e si è ritagliato uno spazio commerciale privilegiato, facendo includere la ditta intestata alla moglie, ma da lui gestita, tra quelle accreditate da Rocco Anello e dai suoi sodali, anche ai fini dell'ottenimento di lavori e forniture di marmi nei cantieri edili da quest'ultimo gestiti».

Questo patto criminale tra il clan e pezzi dello Stato ha permesso alla cosca di operare con una sensazione di impunità, essendo tempestivamente informata sulle mosse degli investigatori.

La sentenza "Imponimento" ribadisce come il potere degli Anello non risiedesse solo nella forza delle armi, ma soprattutto nella capacità di corrompere e asservire esponenti delle istituzioni, trasformando chi doveva combattere la mafia in un prezioso alleato del clan.