L’epilogo che nessuno avrebbe mai voluto scrivere è arrivato, gelido e spietato, nelle prime ore di domenica mattina. Non ci sono più le preghiere, non c’è più la speranza che per giorni ha tenuto col fiato sospeso un’intera nazione. C’è solo il silenzio assordante di una tragedia che tocca da vicino il cuore del Pollino. I resti di Federica Torzullo, la giovane mamma scomparsa lo scorso 8 gennaio, sono stati ritrovati ad Anguillara Sabazia, nell’azienda del marito, Claudio Carlomagno. Un ritrovamento che trasforma l'attesa in lutto e la speranza in uno shock collettivo che attraversa l'Italia fino ad arrivare a Saracena, terra d’origine del padre di Federica, Stefano.

Federica era sparita nel nulla la sera dell’8 gennaio 2026. Da quel momento, il vuoto. Nessun contatto, nemmeno con quel figlio di 10 anni che era il suo mondo. Una scomparsa che ha attivato immediatamente una mobilitazione massiccia, ma che fin dalle prime ore ha portato gli investigatori della Procura di Civitavecchia a guardare dentro le mura domestiche. Il marito, Claudio Agostino Carlomagno, titolare di una ditta di movimento terra, era finito nel registro degli indagati quasi subito. Troppe contraddizioni nel suo racconto, troppi elementi che non tornavano. Poi, i rilievi scientifici avrebbero trasformato i sospetti in prove d’accusa con tracce di sangue nell’abitazione, sull'auto e persino sulla sua tuta da lavoro. Le telecamere di videosorveglianza hanno detto il resto, inquadrando Federica mentre entrava in casa per l'ultima volta, senza uscirne mai più viva. I Carabinieri hanno rinvenuto il corpo di Federica sepolto in un terreno nei pressi della ditta del marito ad Anguillara Sabazia. Identificata dai vestiti e dagli oggetti personali, Federica è ora in attesa dell'autopsia che dovrà chiarire la dinamica esatta di un omicidio dai contorni agghiaccianti. Carlomagno è stato fermato e trasferito in carcere.

Il sindaco di Saracena, Renzo Russo, si è fatto portavoce di un sentimento comune, affidando ai social un pensiero che trasuda sgomento: «Abbiamo creduto, fino all'ultimo, in un ritorno a casa di Federica. Questa mattina la notizia che nessuno avrebbe mai voluto ricevere. Un dolore profondo, che lascia senza parole e spezza il cuore di tutti noi». Parole che descrivono una ferita aperta in una comunità che ora si stringe, immobile e rispettosa, attorno alla famiglia Torzullo e a quel bambino di soli dieci anni rimasto senza la sua mamma. Mentre Saracena piange, la giustizia muove i suoi passi. I contorni di questo ennesimo femminicidio appaiono agghiaccianti. A guidare le indagini, coordinate dalla Procura di Civitavecchia, è il procuratore capo Alberto Liguori (originario di San Demetrio Corone), che insieme ai Carabinieri dovrà ricostruire l'esatta dinamica di un delitto efferato. Claudio Carlomagno, accusato di aver ucciso la moglie e di averne occultato il cadavere tra le mura della propria azienda, è stato trasferito in carcere.

Ma davanti a tanta oscurità, Saracena ha deciso di rispondere con la luce, il silenzio che oggi avvolge Saracena deve diventare impegno. La fiaccolata silenziosa di venerdì 23 gennaio che partirà da Piazza Mazziotti alle ore 19:00, nasce da una riflessione profonda che unisce istituzioni e professionisti del settore. L'iniziativa è stata proposta da Adele Sancineto, psicologa e criminologa presso la NPI di Castrovillari, impegnata nel progetto di psicologia scolastica promosso dalla Regione Calabria. Una proposta che nasce dalla consapevolezza di chi, come la Sancineto, combatte ogni giorno contro le fragilità invisibili e le violenze sommerse che troppo spesso lacerano i piccoli centri. Una fiaccolata silenziosa con il corteo che arriverà fino all’ingresso del cimitero comunale, non per urlare, ma per testimoniare vicinanza e dignità. "Nel silenzio delle nostre voci accendiamo una luce che non si spegne. Per Federica. Per la vita". Un manifesto che è un impegno, quello di non dimenticare l'ennesima vita spezzata da una violenza che non può e non deve trovare giustificazioni.

Il dramma di Federica Torzullo non è un episodio isolato, ma l’ennesima ferita aperta in un tessuto sociale che sembra non riuscire a guarire. Il femminicidio in Italia ha smesso da tempo di essere "emergenza" per diventare una tragica costante, un atto delinquenziale sistemico che affonda le radici in una cultura del possesso e della sopraffazione. Quando una vita viene spezzata tra le mura di quella che dovrebbe essere una casa o un'azienda familiare, il fallimento non è solo individuale, ma collettivo. Nonostante l’introduzione di norme più severe (come il Codice Rosso), i numeri continuano a raccontare una realtà spietata. Il caso di Federica evidenzia come spesso il pericolo si nasconda nel quotidiano, rendendo necessario un salto di qualità nell'intervento pubblico. Non basta più intervenire "dopo", lo Stato deve farsi carico di una presa di posizione definitiva che non sia solo repressiva, ma strutturale.