La festa del 17 febbraio celebrata racconta una storia che attraversa secoli, migrazioni e lavoro. Nel tempio di Doviziosi una Calabria che funziona senza retorica
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C’è un’immagine che non smette di lavorare. Un fuoco acceso nei pressi di una casa pastorale a Dipignano, in una sera di marzo, con attorno un gruppo di persone che cantano e si passano il vin brulé. Sembra una scena di ordinaria semplicità calabrese. Invece è la fine di una storia che comincia nelle valli piemontesi nel 1848, attraversa un campo profughi in Uganda e arriva fino a Cosenza. Una storia che dice qualcosa di preciso su cosa sia capace di fare questa terra, quando decide di esserlo.
I valdesi accendono quel fuoco da quasi due secoli. Lo accendono per ricordare la notte in cui la notizia delle Lettere Patenti, il decreto con cui Carlo Alberto restituì loro i diritti civili dopo secoli di persecuzione e emarginazione, corse di villaggio in villaggio attraverso le fiamme sulle cime delle Alpi. Una catena di luce prima ancora che arrivassero le parole scritte. Oggi quel gesto si ripete ogni anno, ovunque ci siano comunità valdesi in Italia, come memoria viva e come promessa rinnovata.
In Calabria, a Dipignano e nel Cosentino, i valdesi sono presenti da secoli, silenziosi e coerenti, spesso ignorati dal racconto pubblico di questa regione. Eppure fanno, concretamente, da molto più tempo di quanto si sappia.
L’8 marzo scorso, nel tempio di Doviziosi, la comunità valdese di Dipignano ha celebrato la propria Festa del 17 febbraio con qualche settimana di ritardo, per via dei danni alla viabilità causati dal maltempo. Non importava: la sala era piena.
Al centro della giornata c’era Robin Makmot, nato in Sud Sudan, cresciuto in un campo profughi in Uganda, oggi dipendente di ValueTech, azienda informatica di Cosenza. Robin è arrivato in Calabria attraverso il progetto «Corridoi Lavorativi» della Diaconia Valdese, il braccio sociale di questa chiesa: un percorso che individua persone rifugiate con attitudine al digitale, le forma sulle competenze che il mercato italiano cerca davvero e le abbina ad aziende disposte ad assumere. Non assistenza. Lavoro. Una distinzione che non è retorica, ma sostanziale.
I primi mesi di Robin a Cosenza non sono stati facili. L’alloggio era un problema, il contesto nuovo, la lingua ancora ostica. Ma l’Associazione San Pancrazio Odv, il progetto Strade di Casa e una rete di relazioni umane hanno fatto, nelle sue stesse parole, «una grande differenza». Oggi lavora, si è ambientato, guarda avanti.
Ha chiuso il suo intervento con un messaggio sobrio ai più giovani: «Coltivare la salute, rispettare chi ha preceduto, imparare un mestiere». Parole elementari, dette da chi sa cosa costano.
Alla giornata hanno partecipato anche Pino Fabiano, direttore di Migrantes e Caritas, con un intervento che ha dato alla giornata una dimensione ecumenica concreta, e il professor Giorgio Marcello, che ha offerto una lettura del fenomeno migratorio capace di restituirne la complessità senza cedere né all’allarmismo né alla retorica dell’accoglienza facile. Cattolici e protestanti, insieme, a ragionare di libertà e di responsabilità.
Le riflessioni musicali del Maestro Federico Viapiana e del Maestro Salvatore De Paola al pianoforte hanno accompagnato gli interventi con quella profondità che le parole, da sole, non sempre raggiungono.
Poi, la sera, il falò. E quella fiamma nei pressi della casa pastorale sembrava tenere insieme tutto: la memoria di un popolo che ha aspettato secoli per essere riconosciuto, la storia di un ragazzo che ha aspettato in un campo profughi di poter costruire una vita, e una Calabria che in questa storia non è comparsa come problema né come emergenza, ma come luogo dove si può arrivare e trovare qualcuno che ti aspetta.
Non è una notizia straordinaria. È qualcosa di più raro: una storia normale, in cui le cose funzionano. In Calabria, quando succede, vale la pena raccontarla.

