«L’Educazione alla Teatralità, dunque, deve abitare le scuole e, come detto, trova finalmente la sua legittimazione nell’offerta formativa delle scuole italiane di ogni ordine e grado con le Indicazioni strategiche per l’utilizzo didattico delle attività teatrali a scuola»
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Il teatro entra nell’offerta formativa delle scuole secondo le Indicazioni strategiche per l’utilizzo didattico delle attività teatrali a scuola del 16 marzo 2016, in attuazione della cosiddetta “Buona Scuola”. Sta di fatto che tra le materie scolastiche e nei programmi si fa fatica a trovarne traccia. Molti studi di carattere antropologico, a partire da ciò che teatro e letteratura in particolare hanno in comune, la parola, detta e ascoltata, poi scritta e letta, per comprendere, rappresentare la realtà e darle senso, fanno emergere come il teatro, l’azione dialogata, si sia evoluto dall’epica e abbia preceduto, pure di molto, la nascita della scrittura letteraria.
Tuttavia, la realtà è sintomatica della sopravvivenza di quell’atteggiamento borghese ottocentesco che vede ancora nel teatro «un pericolo politico e sociale, un luogo per dar sfogo a balordi ideali di libertá ed uguaglianza». Non solo, tale dicotomia diventa fuorviante per la crescita culturale. Il dialogo, che costituisce l’essenza del teatro, è il principio stesso della letteratura e di ogni esperienza narrativa e testuale. Eppure, malgrado la millenaria funzione del teatro nello sviluppo della coscienza sociale, il teatro si presenta al tempio delle Arti come figlio di un dio minore.
I greci non la prenderebbero affatto bene se si pensa al valore educativo del teatro greco, con riferimento alla Poetica di Aristotele, che ritiene la tragedia la massima espressione del grande teatro greco, e afferma che “essa produce nello spettatore fortissime emozioni, tra cui spavento e pietà, con lo scopo di garantire allo spettatore una purificazione di e/o da queste passioni: la Catarsi”. Dunque l’obiettivo è permettere all’uomo di vivere le diverse passioni in modo purificato e libero.
Essere educati, significa acquisire il senso della misura e dell’armonia. Qui è Platone il punto di riferimento privilegiato, Platone che affermò “achoreutos, apaideutos”, cioè “chi non sa stare in un coro, manca del tutto di educazione”. Nel mondo greco il teatro era dunque fonte di educazione e tutti erano invitati a parteciparvi con un biglietto pagato, non vi era distinzione tra cittadini, perché il teatro era elemento fondamentale per tutti i cittadini. Addirittura i più benestanti pagavano il biglietto a chi non poteva permettersi di farlo e al lavoratore che per andare a teatro doveva necessariamente perdere una giornata di lavoro – all’epoca si andava la mattina e si restava in anfiteatro tutta la giornata – veniva rimborsata la paga persa. Se confrontiamo oggi questa realtà con la nostra ci verrebbe solo da piangere. In sintesi, il teatro offre fin dalle sue origini la possibilità dell’esercizio della democrazia. L’arte rappresenta un mezzo e non un fine dell’educazione. Non si tratta di formare artisti, ma di sviluppare in tutti quelle capacità sentimentali e fantastiche che erroneamente vengono riferite alle doti esclusive degli artisti.
Il metodo, che da docente e insegnante di teatro, ho forgiato grazie alla collaborazione di alcuni colleghi sensibili alla tematica e che ho utilizzato in alcune scuole del sud Italia è il DOPPO BINARIO che parte dal metodo del Process Drama basato sull’improvvisazione teatrale e approda all’approccio del “learning by doing” basato sull’apprendimento esperienziale e pratico, promosso da pedagogisti come John Dewey e che prevede di acquisire conoscenze e competenze attraverso l’esperienza diretta, la sperimentazione e la risoluzione dei problemi. Un approccio attivo che unisce pratica e teoria e si collega al costruttivismo di Piaget, ma anche ai metodi Montessori e Freinet.
L’Educazione alla Teatralità, dunque, deve abitare le scuole e, come detto, trova finalmente la sua legittimazione nell’offerta formativa delle scuole italiane di ogni ordine e grado con le Indicazioni strategiche per l’utilizzo didattico delle attività teatrali a scuola. È da tempo, d’altronde, che pedagogisti, insegnanti, educatori hanno chiaro quale sia il peso specifico culturale del teatro nel bagaglio formativo degli studenti e delle studentesse di oggi: sviluppare un alfabeto delle emozioni, la relazione con l’altro, la lettura critica della realtà e la creatività, solo per citare alcuni degli obiettivi perseguibili. Ma soprattutto aumenta la resa scolastica, come è accaduto in maniera esponenziale per esempio in Inghilterra, dove il teatro è materia obbligatoria da decenni. Facilita infatti l’apprendimento di competenze trasversali, espressive e di linguaggio, aumenta l’attenzione, la memorizzazione, la concentrazione degli studenti, promuovendo il pensiero critico e una comprensione più profonda delle nozioni impartite che rimane duratura nel tempo.
Dovendo interpretare un personaggio, farlo vivere, farlo uscire dalle pagine dei libri, devi necessariamente conoscerlo bene, trovi curiosità, cerchi di capire il suo modo di pensare, devi conoscere il contesto storico e il perché di alcune scelte sulle quali insiste. Insomma lo studente andrà “volontariamente” e non “obbligatoriamente” a cercare aneddoti e fatti storici per rendere al meglio la performance, che non si esaurisce quindi solo nella recitazione attiva.
Il pulviscolo di esperienze, sperimentazioni, percorsi di ogni genere che si sono autoriprodotte nel tempo e nelle scuole italiane, anche in virtù dei Protocolli d’intesa tra Ministeri ed Enti preposti almeno fin dal 1995 in poi, oggi non è più sufficiente, l’assenza del teatro a scuola non è giustificata. Ciò che è apprezzabile è che tale piega educativa e del sapere «abbandona definitivamente il carattere di offerta extracurricolare aggiuntiva e si eleva a scelta didattica, a materia scolastica, finalizzata a un più efficace perseguimento sia dei fini istituzionali sia degli obiettivi curricolari». E forse, auspicare che diventi qualcosa di più strutturato è un po’ meno una chimera. Ma ad oggi purtroppo si registra solo un ritardo di ben 10 anni dall’emanazione delle linee guida.
*Mariarosaria Alessandra Bianco, insegnante

