La sua voce continua a deragliare fuori dai binari della commemorazione formale. La ritroviamo ogni volta che una piazza si riempie per un’idea e non per un selfie
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C’è un’immagine che continua a rincorrersi tra i vicoli di Cosenza, un’ombra lunga che non si rassegna a farsi archivio, statua o semplice toponomastica. È l’ombra di un uomo che portava il sombrero sulla carta stampata e la sciabola della poesia nei corridoi del potere. Franco Dionesalvi non è mai stato un tipo da scrivanie ordinate o da delibere asettiche. Per lui, la cultura era una faccenda di corpi che si scontrano, di piazze che rigurgitano senso, di parole che devono fare male prima di poter guarire.
Oggi, mentre una targa d’ottone viene lucidata per intitolargli una sala nella sua Casa delle Culture, nel settantesimo anniversario di una nascita che sembra non aver mai smesso di produrre scintille, ci si accorge che la sua eredità non è un testamento, ma un’irruzione ancora in corso.
Dionesalvi è stato il chirurgo del linguaggio in una terra, la Calabria, spesso condannata al silenzio o all’urlo scomposto. Aveva questo vizio, quasi un’ossessione metodica di tagliare le parole. Le riduceva a tronconi sanguinanti sulla pagina. Non era certamente un gioco di prestigio per annoiati frequentatori di salotti letterari, ma un atto di sabotaggio contro la pigrizia del pensiero. Dividere il significante per costringere il lettore a guardare dentro la ferita, dove il senso ristagna e ribolle.
Era la sua resistenza alla morte, quella polverizzazione della memoria che oggi, nel frastuono digitale del 2026, ci appare come una profezia compiuta. Il suo realismo non era mai rassegnazione, ma una forma di terminalità consapevole, quella di chi sa che il mondo sta deragliando e decide di descrivere la curvatura dello schianto con la precisione di un geometra del caos.
Quando nel 1997 accettò di fare l’Assessore alla Cultura per Giacomo Mancini, molti pensarono al solito intellettuale prestato alla politica, destinato a finire stritolato tra i veti dei burocrati e le esigenze del consenso. Sbagliarono di grosso. Dionesalvi non si prestò ma occupò il ruolo. Trasformò l’assessorato in una trincea d’avanguardia. Inventò il Festival delle Invasioni quando la parola “invasione” era ancora un tabù o una minaccia da agitare nelle campagne elettorali. Lui ne ribaltò il segno.
Se il mondo ci invade con la sua diversità, noi rispondiamo invadendo la città con la bellezza. Fu un’operazione di semiotica urbana senza precedenti. Portò i poeti della Beat Generation, quelli veri, quelli che puzzavano di strada e di visioni, come Lawrence Ferlinghetti, a leggere versi nella Villa Vecchia. Immaginate lo spiazzamento: il centro storico di Cosenza, ferito e marginale, che improvvisamente parla la lingua di San Francisco, che si riscopre ombelico del mondo grazie a un’intuizione che era insieme politica e metafisica.
Non c’era nulla di “carino” o di “istituzionale” nelle sue Invasioni. Era un corpo a corpo con lo spazio pubblico. Dionesalvi credeva che la cultura dovesse essere invasiva, quasi fastidiosa, capace di prendersi i luoghi dell’esclusione per restituirli alla cittadinanza. La Casa delle Culture e il Museo del Presente non sono nati come scatole vuote da riempire con mostre polverose. Erano, nella sua visione, laboratori di “illuminismo amministrativo”, dove il pensiero critico doveva agire come una scarica elettrica. È questo che manca oggi, in un’epoca di eventi preconfezionati e di algoritmi che decidono il gusto, quel coraggio di rischiare l’impopolarità pur di non cedere alla banalità del già visto.
Poi c’era il giornalista, l’uomo del “sombrero”. Scrivere ogni giorno non era per lui un esercizio di stile, ma una pedagogia civile quotidiana. Usava una prosa che sembrava una lama di rasoio, pulita, affilata, priva di quelle incrostazioni barocche che spesso affliggono la scrittura meridionale. Sapeva parlare di tutto, dai massimi sistemi del socialismo riformista alle piccole miserie del costume locale, senza mai perdere quel rigore scientifico che era la sua base centrale. Era un intellettuale che non aveva paura di sporcarsi le scarpe nella cronaca, convinto che il sapere non servisse a nulla se non diventava uno strumento di emancipazione per chi legge.
Negli ultimi anni, il trasferimento a Milano e l’incontro con il Realismo Terminale di Guido Oldani hanno aggiunto un altro strato alla sua complessità. La sua non è stata una fuga dalla Calabria, ma un’espansione del raggio d’azione. Insegnare filosofia nella metropoli del consumo lo ha portato a interrogarsi sulla smaterializzazione dell’umano. Il suo romanzo “L'ultimo libro di carta” è forse il suo grido più straziante e lucido.
L’Alzheimer del protagonista diventa la metafora di una società che smarrisce il contatto con la realtà fisica, con l’odore dell’inchiostro, con la consistenza dei corpi. Vedere Dionesalvi leggere poesie in Piazza Duomo durante i giorni bui della pandemia, rispettando le distanze ma accorciando quelle dell'anima, è stata l'immagine plastica di cosa significhi essere un intellettuale. Fornire un paniere di parole quando tutto intorno sembra crollare.
Oggi Cosenza gli dedica una sala, ed è un atto dovuto, quasi un risarcimento. Ma Franco Dionesalvi non si farà rinchiudere tra quattro mura. La sua voce continua a deragliare fuori dai binari della commemorazione formale. La ritroviamo ogni volta che una piazza si riempie per un’idea e non per un selfie, ogni volta che un giovane poeta decide di tagliare una parola per vedere cosa c’è dentro, ogni volta che un amministratore ha il fegato di sognare una città che non sia solo un insieme di numeri, ma un testo da scrivere insieme.
Sosteneva che la poesia fosse una “consolazione carezzevole ed elettrizzante” per chi sta morendo. Forse, settant’anni dopo la sua nascita, dovremmo ammettere che quella scossa serve più a noi che siamo rimasti, prigionieri di un presente che ha smesso di farsi domande.
La sua “Base centrale” resta lì, piantata nel suolo di una città che ha amato follemente e ferocemente.
Una città che oggi lo celebra ma che, in fondo, continua a temerlo un po’. Perché i poeti come Franco non si limitano a ricordare il passato, ma continuano a invadere il futuro, un verso spezzato alla volta. E forse, proprio mentre le autorità terminano i loro discorsi e le luci della Casa delle Culture si spengono, potremmo ancora vederlo, col suo passo inquieto e lo sguardo rivolto a una nuvola, sorridere di questo nostro vizio di mettere targhe su ciò che, per sua natura, non può che restare libero. Perché alla fine, come scriveva lui, la luce deraglia sempre. E noi non possiamo fare altro che lasciarci colpire.
Sarebbe bello chiedergli, oggi, se quel libro di carta è stato finalmente finito, o se la nebbia rumorosa dei telefonini ha vinto davvero. Ma la risposta è nel vento che soffia tra i palazzi di Cosenza, un vento che sa di inchiostro e di rivolta. Sarebbe disposto a ricominciare tutto da capo, c'è da scommetterci, pur di portarci un’altra volta, tutti insieme, a guardare l’invasione che arriva.
*Gianfranco Donadio, Documentarista Unical


