Eni Plenitude ha lanciato dal primo ottobre una nuova offerta per luce e gas con uno sconto del 30% e il prezzo bloccato per due anni. L’annuncio, roboante, ha avuto una grande eco, anche perché arriva pochi giorni dopo l’intervento di Eni sui prezzi di benzina e diesel.

Ma per capire quanto sia realmente conveniente la nuova proposta bisogna distinguere tra lo sconto pubblicizzato e ciò che effettivamente si pagherà in bolletta.

Il primo punto da chiarire è infatti questo: il 30% non significa che una bolletta da 100 euro scenderà automaticamente a 70 euro.

Il 30% riguarda solo una parte della bolletta

Lo sconto viene applicato alla componente della fornitura sulla quale il venditore può intervenire direttamente, cioè al prezzo dell’energia elettrica e del gas previsto dall’offerta commerciale. La bolletta finale, però, comprende anche altre voci: costi di commercializzazione, trasporto e gestione del contatore, oneri, accise, Iva e altre componenti stabilite dalla regolazione.

Di conseguenza, anche con uno sconto del 30% sul prezzo della materia prima, la riduzione dell’importo complessivo pagato dal cliente sarà necessariamente più contenuta.

È proprio per questo che Eni stessa non parla di un abbattimento del 30% della bolletta, ma stima per un cliente tipo un risparmio medio di circa 100 euro all’anno sulla luce e altri 100 sul gas, quindi circa 200 euro annui per chi sottoscrive entrambe le forniture.

La cifra reale dipenderà naturalmente dai consumi: una famiglia che utilizza molta energia avrà un risultato diverso da un single o da un’abitazione utilizzata solo occasionalmente.

Lo sconto è passato dal 15 al 30%, ma non basta guardare la percentuale

Il secondo elemento è forse ancora più importante.

Fino al 30 settembre Plenitude proponeva già una tariffa a prezzo fisso con uno sconto del 15%. Dal primo ottobre lo sconto promozionale è diventato del 30%.

Letto così, sembrerebbe che l’offerta sia diventata improvvisamente molto più conveniente. Ma non è necessariamente così, perché contemporaneamente può cambiare il prezzo di partenza al quale viene applicata la riduzione.

È questo il meccanismo che spesso rende poco significativo confrontare due offerte guardando soltanto la percentuale dello sconto.

Un esempio semplice: se un prodotto costa 100 euro e viene scontato del 15%, si pagano 85 euro. Se successivamente il prezzo di partenza sale a 120 euro e lo sconto diventa del 30%, si pagano 84 euro.

Lo sconto è raddoppiato, dal 15 al 30%, ma il prezzo effettivo è diminuito soltanto di un euro.

Nel mercato dell’energia il principio è lo stesso. Ciò che conta non è quanto grande sia la percentuale scritta nella pubblicità, ma a quale prezzo finale porta quella percentuale.

Il confronto con l’offerta precedente

Ed è qui che nasce il dubbio sollevato da chi ha analizzato la nuova promozione.

La precedente offerta Plenitude aveva uno sconto più basso, pari al 15%, ma partiva da condizioni diverse. La nuova promozione porta la riduzione al 30%, ma applicandola a un prezzo base aggiornato.

Il risultato è che il divario tra ciò che si pagava con la vecchia offerta e ciò che si pagherà con quella nuova può essere molto più piccolo di quanto il passaggio dal 15 al 30% lasci immaginare.

Non significa che la nuova offerta sia falsa o che lo sconto non esista. Significa semplicemente che quel 30% deve essere confrontato con il prezzo precedente e, soprattutto, con le altre offerte presenti sul mercato.

Anche un’offerta senza sconto può costare meno

È un altro aspetto spesso trascurato. Nel mercato libero ogni compagnia costruisce autonomamente la propria proposta commerciale. Un operatore può partire da un prezzo più alto e applicare uno sconto consistente; un altro può proporre direttamente un prezzo più basso senza indicare alcuna promozione.

In questo caso, l’offerta senza sconto potrebbe risultare comunque più conveniente.

Per questo la percentuale promozionale, da sola, dice poco.

Il dato realmente utile è il costo effettivo del kilowattora per l’elettricità e dello standard metro cubo per il gas, al quale va poi aggiunta la quota fissa prevista dal contratto.

Solo mettendo insieme queste voci e applicandole ai propri consumi annuali si può capire quanto si spenderà davvero.

Il nodo della quota fissa

C’è poi un’altra voce che può cambiare sensibilmente il risultato: il costo fisso annuale.

Una tariffa può avere un prezzo della materia prima molto conveniente ma una quota di commercializzazione elevata. Questo significa che per chi consuma poco il peso dei costi fissi diventa particolarmente importante.

Al contrario, chi ha consumi molto elevati risente maggiormente del prezzo applicato a ogni kilowattora o metro cubo.

È quindi impossibile stabilire in assoluto che un’offerta sia la migliore per tutti: dipende dal profilo di consumo del singolo cliente.

Chi ha già un contratto fisso dovrebbe controllarlo prima di cambiare

Questo è probabilmente il passaggio più importante per i consumatori.

Chi ha sottoscritto un contratto a prezzo fisso nei primi mesi del 2026 potrebbe avere condizioni molto favorevoli, perché in quella fase molte offerte sul mercato presentavano prezzi più bassi rispetto a quelli arrivati successivamente.

In questi casi cambiare fornitore soltanto perché viene pubblicizzato uno sconto del 30% potrebbe non produrre alcun risparmio e, in alcune situazioni, potrebbe persino far aumentare la spesa.

La verifica da fare è abbastanza semplice: prendere il proprio contratto o l’ultima bolletta, individuare il prezzo unitario dell’energia e del gas e confrontarlo con quello proposto dalla nuova offerta.

Se il prezzo che si paga oggi è già inferiore, la percentuale promozionale perde gran parte del suo interesse.

E se fosse intervenuto il governo?

Se il governo fosse intervenuto direttamente sulle bollette, per esempio riducendo temporaneamente oneri, Iva o altre componenti fiscali, il beneficio sarebbe stato più generalizzato: avrebbe raggiunto automaticamente una platea molto più ampia, senza obbligare le famiglie a cambiare fornitore o sottoscrivere una nuova offerta. 

C’è poi una differenza sostanziale tra uno sconto deciso da un singolo fornitore e un intervento pubblico sulla bolletta. Il prezzo finale di luce e gas, infatti, non è composto soltanto dalla materia prima.

Dentro la bolletta pesano anche il trasporto dell’energia o del gas, la gestione e la misura del contatore, gli oneri generali di sistema, le accise, l’Iva e i costi fissi di commercializzazione previsti dal contratto.

Cosa paghiamo davvero nelle bollette di luce e gas

Nella bolletta della luce la prima componente è la spesa per la materia energia. Comprende il costo dell’elettricità acquistata dal fornitore, il dispacciamento e la commercializzazione. È soprattutto su questa parte che agiscono le offerte del mercato libero e gli eventuali sconti promozionali.

A questa si aggiunge la spesa per il trasporto e la gestione del contatore, che comprende la trasmissione dell’elettricità sulla rete nazionale, la distribuzione fino alle abitazioni, la misura dei consumi e la gestione del contatore. Sono costi regolati e non dipendono liberamente dal singolo fornitore.

Ci sono poi gli oneri generali di sistema, utilizzati per finanziare alcune attività di interesse generale del settore energetico, tra cui il sostegno alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica e altre componenti previste dalla normativa. I costi relativi allo smantellamento delle vecchie centrali nucleari, invece, non gravano più direttamente sulle bollette dal 2023 e sono finanziati attraverso la fiscalità generale.

Infine ci sono le imposte, quindi accisa e Iva. Per le utenze domestiche elettriche l’Iva è normalmente al 10%. Il canone Rai può essere addebitato nella stessa bolletta, ma resta una voce completamente distinta dal prezzo dell’elettricità.

Nel gas le tasse pesano ancora di più

Anche la bolletta del gas parte dalla spesa per la materia gas naturale, cioè il costo della materia prima e della commercializzazione. È questa la componente sulla quale il venditore costruisce la propria offerta commerciale e può applicare sconti o prezzi bloccati.

Segue la spesa per trasporto e gestione del contatore, che comprende il trasporto del gas sulle reti nazionali e locali, la distribuzione, la misura dei consumi e la gestione del contatore.

Anche nel gas sono presenti gli oneri di sistema, destinati a finanziare specifici meccanismi del settore energetico.

Il capitolo fiscale è però più articolato rispetto alla luce. Nella bolletta del gas troviamo infatti l’accisa, l’addizionale regionale e l’Iva. L’aliquota Iva può inoltre cambiare in base ai consumi e alle diverse componenti della fattura.

Questo significa che una parte importante di ciò che paghiamo non dipende dal prezzo deciso dal fornitore.

Lo Stato potrebbe agire sulle componenti fiscali, per esempio riducendo temporaneamente Iva o accise, oppure utilizzare risorse pubbliche per alleggerire alcuni oneri. Sulle tariffe di trasporto e distribuzione, invece, il sistema è regolato e gli eventuali interventi passano anche attraverso le decisioni dell’Autorità.

Un provvedimento di questo tipo avrebbe una portata diversa rispetto alla promozione di un singolo operatore: potrebbe riguardare una platea molto più ampia di consumatori, indipendentemente dalla compagnia con cui hanno sottoscritto il contratto.

Naturalmente avrebbe anche un costo per le finanze pubbliche.

Ed è qui che torna il tema degli extraprofitti: una delle ipotesi possibili sarebbe utilizzare parte delle maggiori entrate derivanti da una tassazione straordinaria degli utili del settore energetico per finanziare misure di alleggerimento delle bollette.

In questo caso il meccanismo sarebbe completamente diverso: non uno sconto commerciale offerto da un’azienda per conquistare o trattenere clienti, ma una misura pubblica finalizzata a redistribuire parte del costo dell’emergenza energetica su una platea più ampia.