In una lettera inviata alla nostra testata, una lavoratrice denuncia la presunta violazione dei diritti basilari dei lavoratori e rischi per la salute a causa dell’inadeguatezza della sede di Rende
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«Scrivo questa lettera non solo come lavoratrice, ma come madre. Sono una delle circa mille dipendenti ex Abramo Customer Care che, dopo mesi di angoscia e tavoli istituzionali, sono passati al Gruppo Konecta (ex Comdata) tramite clausola sociale, nell'ambito di un'operazione presentata come un "salvataggio" occupazionale. Oggi, devo denunciare che questo salvataggio si è trasformato in un incubo che mette a rischio la nostra salute, la nostra dignità e la legalità stessa delle commesse pubbliche affidate».
Inizia così la lettera di una dipendente indirizzata alla società Konecta International, all'Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, al ministero delle Imprese e alla Regione Calabria, in cui si denunciano una serie di «presunte gravi violazioni» nell'ambiente di lavoro. I primi rilievi mossi dalla lavoratrice riguardano la tipologia della nuova commessa, che viene definita una «farsa» e la conseguente «perdita delle tutele». Nel testo si legge: «La nostra vicenda è iniziata con la crisi di Abramo e la successiva manifestazione di interesse per la commessa di dematerializzazione dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (IPZS), sostenuta con fondi pubblici, inclusi i 15 milioni di euro stanziati dalla Regione Calabria.
La commessa è stata assegnata a TIM, che ha subappaltato a Konecta, solo dopo un clamoroso "dietrofront" di Poste Italiane. La nostra comunità ha percepito questa dinamica come una "falsa partecipazione" di Poste, un'azione di facciata che ha garantito la chiusura dell'accordo a discapito della trasparenza».
La lavoratrice nella lettera evidenzia come, a suo dire, nel nuovo contratto stipulato dai dipendenti si sia assistito a una «grave perdita di tutte le tutele fondamentali», a partire dall'articolo 18, sostituito dal più recente regime di "Jobs act". Per poi proseguire: «Nonostante le rassicurazioni sulla "clausola sociale", la nostra sicurezza lavorativa è stata drasticamente ridotta».
Dall'inquadramento normativo dei lavoratori, alle condizioni strutturali della sede di Rende, definita «un'ex capannone adibito a magazzino, con evidenti problemi strutturali, dove «piove all'interno e dove le risorse idriche sono insufficienti. La situazione nella sede di Rende, dove si svolge il delicato lavoro di dematerializzazione delle cartelle cliniche ospedaliere, è insostenibile e pericolosa». La lavoratrice parla di un «rischio biologico estremo, con la sala di lavorazione costantemente invasa da La sala di lavorazione è costantemente invasa da scatole, pedane e faldoni di cartelle cliniche che dovrebbero essere stoccate altrove. Questo materiale è contaminato da muffe, gocce di sangue, fluidi umani, tamponi COVID usati e bustine vuote di esami istologici».
Secondo la lavoratrice, inoltre, l'azienda non sarebbe in possesso di un documento di valutazione dei rischi, specifico per la lavorazione di materiale ospedaliero ma solo per la generica lavorazione documentale. Quindi, l'accusa: «Non ci vengono forniti Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) adeguati. Solo recentemente è stata acquistata una scatola di guanti e un contenitore di disinfettante, una misura irrisoria di fronte al rischio biologico che affrontiamo quotidianamente. Quando torno a casa e la mia bambina si stringe al mio seno non ho il tempo di cambiarmi per evitarle eventuali pericoli. Vivo nel terrore di causare qualche malattia alla mia bimba a causa del materiale infetto che manipolo senza protezione.»
Nel passaggio successivo della lettera denuncia, la lavoratrice accusa l'azienda di porre in essere «una sistematica manipolazione delle procedure per nascondere le inadeguatezze. L'elenco delle presunte omissioni è impietoso: «Distruzione Documentale: Gli scanner acquistati (di seconda mano) sono inadatti al materiale da trattare. Per farli passare, l'azienda ci costringe a tagliare i libretti fuori misura con forbici e taglierini, distruggendo di fatto l'integrità dei documenti originali, in violazione della responsabilità penale sull'integrità delle cartelle che ricade su aziende come @rkivia Project. Controlli Truccati: quando arrivano i notai per le ispezioni, siamo costretti a far sparire forbici e taglierini (come se loro non sapessero). Viene preparata una "pedana civetta" di cartelle "pulite" per la verifica, e i notai (o i loro delegati) vengono indirizzati solo su quel materiale, ignorando le altre cartelle tagliate e contaminate».
L'ultimo passaggio della lettera è dedicato alla presunta mancata tutela dei lavoratori più fragili, a partire dalla presenza delle barriere architettoniche che non sarebbero state ancora abbattute. La lavoratrice racconta il caso di un collega con disabilità motoria che sarebbe stato «a salire su una rampa di scarico merci per accedere al posto di lavoro». Lo stesso lavoratore, inoltre, in un secondo momento sarebbe stato costretto «ad accettare una somma di denaro per rinunciare al lavoro, un atto che riteniamo un'ulteriore grave violazione dei diritti».
Nella lettera si fa poi riferimento al presunto «demansionamento di colleghi che hanno di fatto avviato le lavorazioni nel momento più difficile quando si cercava un protocollo di lavorazione» e al silenzio dell'Ispettorato del Lavoro che, nonostante le denunce anonime inviate, non sarebbe «intervenuto per verificare le condizioni di lavoro e di sicurezza».
La lettera denuncia si conclude con un appello alla società Konecta Internazional affinché intervenga immediatamente per: «Garantire la Sicurezza e la Salute. Fornire immediatamente un DVR specifico e DPI (tute monouso, maschere, guanti) adeguati al rischio biologico. Rendere la sede di Rende idonea al lavoro d'ufficio, abbattendo le barriere architettoniche e risolvendo le carenze igieniche. Avviare un'indagine interna e istituzionale sulla manipolazione dei controlli notarili e sulla distruzione dei documenti pubblici. Rivedere le condizioni contrattuali e garantire il pieno rispetto dei diritti dei lavoratori, a partire dal caso del collega allontanato».
Quindi, una riflessione amara: «Non siamo solo numeri da "salvare" per le statistiche, siamo persone e madri che chiedono di lavorare in sicurezza e legalità. Lavorare veramente poiché fino ad oggi abbiamo dematerializzato cartelle cliniche che nl 90% dei casi erano già state dematerializzate da altre aziende e a testimonianza di ciò vi sono i codici a barre di altre aziende che abbiamo trovato nelle varie cartelle».

