La regione è ultima nella graduatoria nazionale dei redditi dichiarati dai contribuenti in regime forfettario. Nel Mezzogiorno il rischio povertà lavorativa per gli autonomi raggiunge il 31,6%, oltre il doppio rispetto ai dipendenti. La Cgia: «L’innalzamento della soglia a 100mila euro avrà effetti limitati»
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In Calabria il lavoro autonomo continua a fare i conti con redditi bassi e una condizione di particolare fragilità economica. A fotografare la situazione sono i dati dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre, elaborati sulla base delle dichiarazioni fiscali del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Nel 2024 i contribuenti calabresi in regime forfettario hanno dichiarato un reddito medio annuo di appena 14.070 euro, il valore più basso tra tutte le regioni italiane, ben al di sotto della media nazionale di 17.190 euro.
Un dato che colloca la Calabria in fondo alla graduatoria italiana e restituisce la dimensione delle difficoltà di una parte consistente del mondo delle partite Iva. Nella regione i contribuenti che hanno scelto il regime forfettario sono 55.386, pari al 2,8% del totale nazionale, che sfiora i due milioni.
Il quadro diventa ancora più preoccupante se si guarda al rischio di povertà lavorativa. Nel Mezzogiorno, infatti, quasi un autonomo su tre si trova in questa condizione: la percentuale raggiunge il 31,6%, contro il 15,1% registrato tra i lavoratori dipendenti. Un divario significativo che evidenzia quanto il lavoro indipendente sia esposto alle difficoltà economiche, soprattutto nelle aree del Paese caratterizzate da maggiori fragilità occupazionali e reddituali.
Il divario tra autonomi e dipendenti
A livello nazionale, il rischio di povertà lavorativa interessa il 18,8% degli autonomi, più del doppio rispetto al 7,9% dei dipendenti. La distanza aumenta ulteriormente nel Sud e nelle Isole, dove la condizione degli autonomi appare particolarmente critica.
Secondo la CGIA, gli autonomi rappresentano una componente del mercato del lavoro spesso priva di adeguate protezioni sociali. Rispetto ai dipendenti non possono contare sulle stesse garanzie in materia di malattia, ferie retribuite, permessi, Tfr e tredicesima o quattordicesima mensilità. Quando si ammalano o sono costretti a interrompere temporaneamente l'attività, il reddito rischia di fermarsi.
Anche nei momenti di crisi le differenze sono evidenti: non possono ricorrere alla Cassa integrazione guadagni e, in caso di cessazione dell'attività, non hanno accesso alla Naspi. Per una parte dei professionisti iscritti alla Gestione separata Inps esiste l'Iscro, l'indennità straordinaria di continuità reddituale e operativa, ma si tratta di uno strumento con una platea limitata e requisiti specifici.
Una condizione che alimenta la richiesta di un welfare più inclusivo, capace di garantire maggiori tutele anche a chi lavora in proprio.
In Calabria oltre 55mila contribuenti forfettari
Il regime forfettario rappresenta uno strumento fiscale importante soprattutto per le piccole attività professionali e imprenditoriali. Introdotto nel 2015 dal Governo Renzi, prevede un'imposta sostitutiva del 15% sul reddito determinato attraverso coefficienti di redditività legati alla tipologia di attività. L'aliquota scende al 5% per i primi cinque anni, in presenza dei requisiti previsti.
In Calabria i contribuenti che utilizzano questo regime sono 55.386. Si tratta di una platea composta da professionisti, lavoratori autonomi e piccoli operatori economici che, in molti casi, lavorano senza dipendenti e senza una struttura organizzativa alle spalle.
Il problema, però, resta quello della capacità reddituale. Con una media di 14.070 euro annui, la Calabria si colloca nettamente al di sotto della media italiana e distante dalle realtà economicamente più forti. In cima alla graduatoria si trova la Provincia autonoma di Bolzano, con 20.450 euro, seguita da Trento con 19.280 euro e dalla Lombardia con 19.260 euro.
La differenza tra il dato calabrese e quello di Bolzano supera i 6.300 euro annui.
La fotografia nazionale: quasi due milioni di forfettari
Allargando lo sguardo al resto d'Italia, i contribuenti in regime forfettario sono complessivamente 1.996.469. La regione con il maggior numero di partite Iva che adottano questo sistema è la Lombardia, con 356.469 contribuenti, pari al 17,9% del totale.
Seguono il Lazio, con 231.023 contribuenti, e la Campania, con 177.090. La Sicilia conta 145.498 forfettari, mentre la Puglia ne registra 119.188.
Il reddito medio nazionale dichiarato nel 2024 è pari a 17.190 euro. Secondo i dati richiamati dalla CGIA, la platea dei forfettari è composta prevalentemente da lavoratori giovani e con redditi relativamente contenuti. Tra le categorie maggiormente rappresentate figurano i professionisti della sanità privata, come psicologi, medici e fisioterapisti, seguiti dagli operatori dei settori tecnico-edilizio, dagli studi legali e dai consulenti aziendali e manageriali.
Un dato particolarmente significativo è che l'82% dei contribuenti forfettari dichiara ricavi inferiori ai 50mila euro. Una circostanza che ridimensiona la portata del dibattito sull'innalzamento della soglia di accesso al regime agevolato.
Flat tax a 100mila euro, per la CGIA benefici limitati
È proprio sulla nuova soglia dei 100mila euro prevista dal disegno di legge di Bilancio 2027 che si concentra l'analisi dell'Ufficio studi della CGIA.
La manovra prevede l'innalzamento da 85mila a 100mila euro del limite di ricavi o compensi per rimanere nel regime forfettario, con uscita immediata dal sistema agevolato oltre i 115mila euro. Ai fini Iva restano invece i limiti attuali: 85mila euro, con uscita in corso d'anno oltre i 100mila.
Secondo la relazione tecnica, la misura comporterebbe una spesa annua di 260 milioni di euro, pari a circa l'1% del valore complessivo della legge di Bilancio. I beneficiari sarebbero circa 41mila partite Iva, appena il 2% dell'attuale platea dei contribuenti forfettari.
Numeri che, secondo la CGIA, rendono l'intervento di portata molto contenuta rispetto alle dimensioni complessive del lavoro autonomo italiano.
La discussione politica sulla flat tax si è concentrata soprattutto sul possibile squilibrio fiscale tra autonomi e lavoratori dipendenti con redditi analoghi. Ma, secondo l'associazione, il vero problema resta più ampio e riguarda la fragilità economica di milioni di lavoratori indipendenti.

