Barche ferme, reti a riposo e banchine affollate. La protesta della marineria jonica si è tradotta in uno stop totale delle attività nel porto, con decine di imbarcazioni rimaste ormeggiate per denunciare una situazione economica sempre più pesante. Alla base della mobilitazione c’è il costo del carburante, ritenuto ormai insostenibile. Il rincaro ha inciso direttamente sui conti delle imprese, riducendo i margini fino a rendere antieconomiche molte uscite in mare.

A rappresentare il disagio anche l’ex senatrice Rosa Silvana Abate. «Il sostegno per il gasolio è necessario, perché questi prezzi esorbitanti hanno portato le marinerie a fermarsi completamente» ha dichiarato la Abate. «È difficile vedere così tanti pescatori fermi: vuol dire che non ce la fanno più. Chi di competenza deve trovare una soluzione». Un appello che guarda anche oltre i confini nazionali. «Bisogna riaprire le trattative in Europa e affrontare il tema degli approvvigionamenti – ha aggiunto – perché qui sono a rischio non solo la pesca ma anche altri settori come l’agricoltura».

Dal molo, però, arrivano soprattutto le testimonianze di chi vive ogni giorno il mare. Cosimo Trebisonda, comandante con quarant’anni di esperienza, descrive una realtà fatta di sacrifici e guadagni ridotti. «Oggi non si riesce a guadagnare. Nel mese migliore un marittimo arriva a mille euro, lavorando tante ore» ha spiegato. «Abbiamo famiglie da mantenere e spesso non vediamo nemmeno il minimo garantito». Il sistema di lavoro, basato sulla divisione dei ricavi, amplifica le difficoltà. «Il proprietario prende una parte e noi ci dividiamo il resto. Ma con questi costi il carburante si prende quasi tutto, fino all’80%» ha aggiunto. «Chiediamo solo un piccolo sostegno, perché anche noi siamo lavoratori e non possiamo essere lasciati fuori».

Il rincaro del gasolio è il nodo centrale. Se in passato il prezzo si aggirava intorno ai 70-80 centesimi, oggi ha quasi raddoppiato, arrivando oltre 1,40 euro. Un aumento che rende difficile programmare l’attività e mette a rischio la continuità delle imprese. Alla protesta si affianca anche una riflessione più ampia sulle dinamiche del mercato energetico.

«Dieci anni fa il petrolio costava di più, ma il gasolio meno – è stato evidenziato durante la mobilitazione –. Oggi il barile è più basso, eppure i prezzi sono aumentati. Questo solleva interrogativi su speculazioni e mancanza di tutele». Sul tavolo anche il tema della dipendenza energetica e della mancanza di alternative. Le imbarcazioni restano legate al gasolio e, secondo quanto emerso, mancano investimenti concreti per soluzioni diverse. La giornata di fermo rappresenta solo l’inizio. Senza interventi, il rischio è che lo stop si prolunghi. «Se non cambia nulla, non usciremo in mare» è il messaggio che arriva dalla banchina. Uno scenario che coinvolge non solo i pescatori, ma l’intero indotto legato alla pesca. Mercati, ristorazione e attività collegate rischiano di subire gli effetti di una crisi che, da locale, assume dimensioni più ampie.