Andrea Sempio torna a parlare pubblicamente del delitto di Garlasco e lo fa con una lunga intervista televisiva a Dritto e rovescio, il programma condotto da Paolo Del Debbio su Rete 4. L’uomo indicato dalla Procura di Pavia nell’ambito della riapertura del caso sull’omicidio di Chiara Poggi ha ripercorso alcuni dei punti più discussi della vicenda, ribadendo la propria versione dei fatti e soffermandosi soprattutto sulla figura di Alberto Stasi, che definisce senza esitazioni «carnefice».

Nel corso del confronto televisivo, Sempio ha parlato dei suoi diari, delle contestazioni sul presunto viaggio a Vigevano la mattina del delitto e del rapporto, che dice inesistente, con Stasi. Una intervista nella quale prova a respingere i sospetti e a smontare quelle che considera ricostruzioni fondate su dettagli marginali.

I diari e «tonnellate di carta» trovate in casa

Uno dei primi passaggi dell’intervista riguarda una sua abitudine personale, quella di scrivere. Sempio spiega di avere scritto molto fin da piccolo, prima come modo per mettere ordine nei pensieri e poi anche per sfogarsi. Da lì, racconta, la scelta di tenere dei diari quotidiani, conservati per anni.

Nel ricostruire questo aspetto, Sempio sottolinea come rileggere vecchi appunti gli permettesse di ritrovare episodi e dettagli altrimenti dimenticati. Ed è proprio in questo contesto che colloca il materiale trovato dagli investigatori: «Quando sono venuti da me hanno trovato tonnellate di carta», dice, spiegando così la presenza di numerosi scritti personali.

Il nodo del libro e la mattina del delitto

Altro passaggio affrontato nell’intervista è quello relativo al libro che, secondo una sua precedente versione, sarebbe andato a cercare a Vigevano la mattina del delitto. Alla domanda sul perché non ricordi il titolo, Sempio replica in modo netto: «Semplicemente non me lo ricordo».

Nel suo ragionamento, l’uomo sostiene che ormai ci si starebbe attaccando a ogni minima differenza narrativa, trasformando dettagli secondari in elementi sospetti. Fa l’esempio di variazioni minime nel racconto della stessa mattina, come il riferimento a un giro in piazza dopo avere trovato la libreria chiusa, e contesta l’idea che ogni sfumatura diversa debba essere letta come un cambio di versione.

Il punto, secondo lui, sarebbe un altro: finché non esiste un elemento concreto e decisivo, come dice nell’intervista, non si può costruire un sospetto su una dimenticanza. «Non me lo ricordo, semplicemente», ribadisce, liquidando così la questione del libro.

«Per me Stasi è il carnefice»

Il passaggio più forte dell’intervista arriva quando Paolo Del Debbio gli chiede se, per lui, Alberto Stasi sia una vittima o un carnefice. Dopo una breve esitazione, Sempio risponde: «Carnefice».

Subito dopo spiega anche il senso di quella pausa. Dice di avere sempre un problema quando gli viene chiesto di Stasi, perché non ha letto direttamente tutte le carte dei processi che hanno portato alla sua condanna e non ritiene che basti leggerle superficialmente per comprendere davvero una vicenda così complessa. Richiama, in sostanza, il fatto che ci siano stati più gradi di giudizio e che la materia non sia semplice.

Nonostante questa premessa, aggiunge che, per quello che ha potuto vedere e seguire, non ha trovato nulla che smonti le vecchie condanne. Per questo, allo stato, non considera quella condanna ingiusta e continua a vedere Stasi come il carnefice.

Sempio afferma poi di non avere mai conosciuto Alberto Stasi. Dice di non averlo mai frequentato, di non averci mai parlato e di non aver mai scambiato con lui una parola. Anche alla domanda se gli sia mai capitato di incontrarlo a casa, la risposta è secca: «No, mai».