Una frattura nella difesa che arriva nel momento più delicato dell’inchiesta. Gianni Di Vita, padre e marito delle due donne morte a Pietracatella per un sospetto avvelenamento da ricina, dovrà affrontare le prossime fasi investigative con un nuovo legale.

L’avvocato Arturo Messere, 80 anni, ha infatti rinunciato al mandato il 10 aprile, dopo aver assistito finora l’ex sindaco come parte offesa. Una decisione motivata con poche parole – “motivi contingenti” – ma che lascia intravedere una rottura nei rapporti con il cliente, maturata mentre l’attenzione investigativa e mediatica sul caso cresceva progressivamente.

Di Vita, già sindaco Pd del piccolo centro molisano tra il 2006 e il 2014, si prepara ora ad affidarsi all’avvocato Vittorino Facciolla, consigliere regionale e figura di rilievo del Partito democratico in Molise. Un passaggio che segna anche un cambio di peso politico nella gestione della difesa, in un’indagine sempre più complessa.

La rottura con il precedente legale arriva a ridosso di un passaggio chiave: l’interrogatorio fiume in questura a Campobasso, durato oltre sei ore. Al termine, secondo quanto ricostruito, Di Vita avrebbe contattato l’avvocato ribadendo la propria posizione: “Ho la coscienza a posto, ho risposto a tutte le domande”, respingendo le “illazioni” e definendosi profondamente colpito dalla perdita della moglie Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara.

Sul piano giudiziario, la Procura di Larino procede per duplice omicidio premeditato contro ignoti. Un fascicolo aperto dopo l’allerta del Centro antiveleni di Pavia, che ha indicato la possibile presenza di ricina, sostanza altamente tossica e difficilmente individuabile senza analisi specifiche.

Le due donne erano morte a distanza di poche ore, tra il 27 e il 28 dicembre, dopo aver accusato i primi sintomi la mattina di Natale. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione cosa sia stato consumato tra il 23 e il 24 dicembre, ma una parte degli elementi potrebbe essere ormai irrimediabilmente persa: i rifiuti domestici, infatti, erano già stati smaltiti quando ancora non si ipotizzava l’avvelenamento.

Nel corso degli interrogatori, Di Vita – ascoltato come persona informata sui fatti insieme alla figlia maggiore – ha fornito una ricostruzione parziale. Se sul pranzo del 23 dicembre ha parlato di “pasta al sugo”, sulla cena ha dichiarato di non ricordare. Un vuoto che rappresenta uno dei punti più critici dell’indagine.

Nel frattempo, la Squadra Mobile ha già ascoltato circa trenta persone, tra familiari e conoscenti, nel tentativo di ricostruire la rete di contatti e le dinamiche delle ore precedenti ai malori. Tra gli ultimi testimoni sentiti anche una cugina dell’ex sindaco.

Un passaggio decisivo potrebbe arrivare ora dalla relazione tecnica del Centro antiveleni, attesa insieme agli esiti delle autopsie. Gli specialisti parlano di verifiche complesse su una sostanza che “non si analizza tutti i giorni”, segno della difficoltà scientifica che accompagna l’intera inchiesta.

In questo quadro, il cambio di difesa non è un dettaglio marginale ma un segnale di fase: mentre le indagini cercano risposte, la strategia legale si riorganizza in vista di sviluppi che potrebbero ridefinire l’intero impianto accusatorio.