La geopolitica, quando accelera, non resta confinata nei palazzi. Arriva nelle stazioni di servizio, nei preventivi delle imprese, nella spesa delle famiglie. È da questa premessa che Giuseppe Campana, portavoce regionale di Europa Verde AVS Calabria, costruisce un intervento che intreccia democrazia, diritto internazionale e costo dell’energia, con un punto fermo: «Quando il Medio Oriente presenta il conto, la Calabria lo paga davvero».

Nel suo ragionamento Campana parte dal giudizio sul regime iraniano, senza ambiguità: «Siamo sollevati per il popolo iraniano. Nessuno di noi verserà lacrime per la morte di Ali Khamenei, simbolo di un regime autoritario che per anni ha represso libertà e diritti fondamentali». Ma, aggiunge subito, proprio il rifiuto di quella dittatura dovrebbe spingere a non usare parole “nobili” come copertura di interessi materiali: «Se siamo davvero garantisti, dovremmo avere il coraggio di affermare un concetto semplice: attenzione a giustificare ogni intervento con la nobile scusa di “esportare la democrazia”, per poi, nei fatti, limitarsi a importare petrolio».

«Dittature amiche»

Il cuore politico della presa di posizione è la denuncia di una geopolitica a due pesi e due misure. Campana elenca esempi che, nella sua lettura, mettono a nudo l’incoerenza occidentale: «Nel mondo esistono altre dittature feroci. In Egitto — il Paese dove è stato ucciso Giulio Regeni — la repressione è sistematica. In Arabia Saudita il dissenso si paga a caro prezzo. In Sudan la violenza politica è una tragica costante, così come nella Repubblica Democratica del Congo». E conclude che, in quei casi, «guarda caso», l’Occidente non avverte la stessa urgenza di intervenire: sarebbero «Paesi amici, alleati strategici, fornitori affidabili» oppure realtà inserite in «equilibri geopolitici considerati intoccabili».

Per Campana, il punto non è “assolvere” Teheran, ma smontare la narrazione selettiva: «Il punto non è fare sconti a Teheran, ma smascherare l’ipocrisia di una geopolitica a doppio standard». Il rischio, avverte, è che l’applicazione “a corrente alternata” del diritto internazionale produca una frattura ancora più pericolosa, perché legittima l’uso della forza come regola: «Quando il diritto internazionale viene applicato a corrente alternata, si apre una crepa pericolosa: quella che consente a chiunque di rivendicare la propria “verità” come superiore e, in nome di essa, imporla con la forza».

Il parallelo con l’Ucraina e gli scenari futuri

Campana lega questo schema anche alla guerra in Europa, richiamando l’invasione russa dell’Ucraina: «È lo stesso schema che ha portato Vladimir Putin a giustificare l’invasione dell’Ucraina in nome della sicurezza e della tutela dei propri interessi strategici». E allarga lo sguardo ai possibili effetti domino: se ogni potenza decide di esportare o imporre il proprio modello politico, «il principio di sovranità diventa relativo e la forza torna a sostituire il diritto», con esempi citati dallo stesso Campana come la Cina su Taiwan o la Serbia sul Kosovo.

«Il petrolio sale e la Calabria paga»

La parte più concreta dell’intervento è quella che riguarda il portafoglio. Campana mette in fila il passaggio che, a suo dire, collega l’escalation in Medio Oriente alla vita quotidiana: «Mentre le cancellerie discutono e le grandi potenze si sfidano, il prezzo del petrolio vola». E insiste sulle ricadute territoriali: «In Calabria le conseguenze sono invece estremamente concrete».

Nella sua ricostruzione, l’aumento del prezzo del petrolio si traduce in un impatto diretto su carburanti e costi: «Una tensione nello Stretto di Hormuz si traduce in meno soldi nel portafoglio di un operaio di Vibo Valentia o di un commerciante di Crotone. Una crisi diplomatica a migliaia di chilometri di distanza diventa una spesa in più per una famiglia di Reggio Calabria». La chiusura è una sintesi netta, pensata per restare: «In Calabria, dove ogni centesimo pesa, il prezzo del petrolio non è un dato da telegiornale: è una questione quotidiana di sopravvivenza economica».