Il dibattito politico ad Acri si riaccende sul tema degli affidamenti comunali. Alla replica del sindaco Pino Capalbo alle accuse mosse dall’opposizione fa ora seguito una nuova nota del consigliere comunale Nicola Feraudo, che torna a intervenire sulla vicenda contestando punto per punto le dichiarazioni del primo cittadino e rivendicando la fondatezza delle proprie affermazioni.

La questione era emersa durante il Consiglio comunale del 13 dicembre scorso, quando Feraudo aveva presentato un’interrogazione sugli eventuali affidamenti diretti o sulle trattative con unico operatore riconducibili a ditte legate, direttamente o indirettamente, al sindaco o ai suoi familiari. Secondo il consigliere, a quella richiesta non sarebbe seguita una risposta politica, ma solo note dei responsabili di settore, giudicate «incapaci di chiarire l’entità degli incarichi e i legami societari», lasciando così «un’ombra sull’imparzialità dell’amministrazione».

Accuse respinte da Capalbo, che nei giorni scorsi aveva parlato di «illazioni» e di «insinuazioni prive di fondamento», rivendicando di aver fornito una risposta «immediata e documentata» e sottolineando come «dal 2017, anno della mia prima sindacatura, non siano mai esistiti rapporti diretti o indiretti con ditte che potessero configurare conflitti di interesse». Il sindaco aveva inoltre richiamato il rispetto del principio di rotazione degli affidamenti e delle normative vigenti, annunciando di voler chiudere la polemica: «Ogni insinuazione di comportamento omissivo o scorretto è priva di fondamento. Prendo le distanze da questo modo di fare politica».

La nuova nota diffusa da Feraudo, però, riapre il dibattito tra i due. Il consigliere contesta punto per punto le parole del sindaco e sostiene che «dal 2017 ad oggi il Comune di Acri ha affidato numerosi lavori tramite affidamenti diretti alla ditta individuale Vuono Romano». Feraudo afferma di non poter indicare con precisione numero e importo complessivo degli incarichi – che definisce comunque «somme rilevanti, superiori ai duecentomila euro» – a causa della «omissione degli uffici comunali nel riscontrare una legittima richiesta di informazioni».

Nel merito, il consigliere richiama i rapporti personali e societari che legherebbero il titolare della ditta al sindaco e alla sua famiglia, ricordando «una precedente società con lo stesso Capalbo» e l’attuale partecipazione in una società «con il fratello e il padre del sindaco», circostanze che – a suo dire – renderebbero «offensivo per l’intelligenza dei cittadini» liquidare la questione come semplice insinuazione. «Le carte parlano – ribadisce Feraudo – e raccontano una verità che il sindaco continua a non voler ammettere».

Nel mirino dell’esponente di opposizione finiscono anche la maggioranza in Consiglio, accusata di «silenzio-assenso», e il segretario comunale, chiamato a «tornare a svolgere il ruolo di garante super partes della legalità e dell’imparzialità dell’azione amministrativa».