Matteo Salvini, vicepremier e segretario della Lega, è stato riconfermato alla guida del partito con 465 voti contro i 146 dello sfidante Massimo Garavaglia. Come riferisce ANSA, il congresso straordinario di Milano ha deciso a scrutinio segreto: per Salvini è la quarta conferma, con un mandato di quattro anni, fino al 2030. Il risultato chiude la competizione per la leadership, ma lascia aperta la questione politica che ha attraversato i lavori: come recuperare gli elettori perduti e ricostruire un rapporto più saldo con i territori.

Su 611 voti attribuiti ai due candidati, Salvini raccoglie circa il 76,1% e Garavaglia il 23,9%: percentuali calcolate sui consensi ai contendenti, non sui 706 delegati aventi diritto indicati da ANSA. Dopo la proclamazione è arrivato l’abbraccio sul palco tra i due. Una vittoria netta, dunque, che tuttavia non rende irrilevante la minoranza emersa dalle urne.

Congresso Lega: Salvini confermato e la nuova segreteria

Intanto i delegati hanno approvato per acclamazione una riforma statutaria che introduce un nuovo organismo collegiale, composto da un massimo di nove componenti. Il particolare destinato a suscitare le maggiori riflessioni riguarda però il potere di nomina e revoca dei suoi membri, che rimane attribuito al segretario federale.

La collegialità, insomma, nasce per volontà del leader e continua a dipendere dalla sua volontà. Una formula perfettamente legittima sotto il profilo statutario, ma che sul terreno politico ripropone proprio quell’interrogativo al quale una parte del gruppo dirigente leghista chiedeva di rispondere: come restituire peso ai territori e autonomia alle diverse sensibilità interne senza lasciare che ogni scelta decisiva continui a dipendere dal vertice?

Il congresso avrebbe dovuto rappresentare anche un’occasione per ricomporre la frattura tra l’identità originaria della Lega e il progetto nazionale sviluppato da Salvini. La riforma degli organismi dirigenti costituisce un primo tentativo di mediazione, ma non garantisce automaticamente una revisione della linea politica né il recupero di quei consensi che una parte della classe dirigente considera il problema principale.

Congresso Lega: la segreteria di Salvini e il potere condiviso

La proposta illustrata dal ministro Roberto Calderoli punta a introdurre uno strumento capace di affiancare il segretario nella definizione degli indirizzi e nella gestione delle questioni politiche quotidiane. Una struttura che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe favorire il confronto e quella condivisione delle responsabilità invocata da governatori, amministratori e parlamentari.

Ma tra allargare un organismo dirigente e redistribuire effettivamente il potere esiste una differenza sostanziale. La prima operazione si realizza modificando uno statuto, mentre la seconda richiede un equilibrio politico fondato sul riconoscimento delle autonomie e sulla disponibilità ad accettare decisioni che non necessariamente coincidano con le preferenze del segretario.

Il rischio è che la riforma produca una collegialità formalmente più ampia, ma sostanzialmente subordinata alla leadership che dovrebbe contribuire a riequilibrare. Un rischio, non una certezza, perché molto dipenderà dalle personalità chiamate a farne parte e dalla reale capacità dell’organismo di incidere sulle scelte del partito.

Romeo porta sul palco il problema dei voti perduti

A conferire al congresso un significato che supera la competizione tra Salvini e Garavaglia è intervenuto Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e segretario della Lega lombarda. Dopo essere stato chiamato in causa dal senatore Marco Dreosto, Romeo ha riportato la discussione sul terreno elettorale, spiegando che il problema fondamentale non riguarda le diatribe personali, ma gli elettori che hanno smesso di scegliere il Carroccio.

«Il problema non è dentro la Lega ma è la gente fuori che non ci vota più», ha affermato Romeo, richiamando la classe dirigente alla necessità di affrontare la perdita di consensi e di riconoscibilità politica.

La sua posizione contiene un elemento che merita particolare attenzione: il dissenso interno non coincide necessariamente con una contestazione personale della leadership, ma può nascere dalla convinzione che una linea politica abbia progressivamente indebolito il rapporto con il proprio elettorato. Romeo ha rivendicato di avere avanzato proposte e chiesto un confronto, senza pretendere le dimissioni di Salvini. Una distinzione importante, perché mostra quanto sarebbe riduttivo interpretare il congresso soltanto come una resa dei conti tra fedelissimi e oppositori.

Zaia, Garavaglia e la questione del Nord

Il richiamo al federalismo, rilanciato da Luca Zaia, già presidente della Regione Veneto e oggi presidente del Consiglio regionale, restituisce centralità a una questione mai completamente scomparsa dalla storia della Lega. Zaia ha ricordato che l’idea di un partito organizzato secondo un modello federale appartiene da tempo alla propria visione politica, mentre la sfida congressuale di Garavaglia rappresenta il tentativo di dare una dimensione politica alla richiesta di cambiamento.

L’eventuale presenza dell’ex governatore veneto nella nuova segreteria, prospettata pubblicamente da Claudio Durigon, potrebbe costituire un segnale di attenzione alle sensibilità autonomiste, ma non sarebbe sufficiente, da sola, a sciogliere i nodi del rapporto tra leadership nazionale e radicamento territoriale.

Le undici mozioni presentate al congresso, dalla questione settentrionale alle politiche per il Mezzogiorno, dalla sicurezza al lavoro, testimoniano il tentativo di mantenere insieme identità e interessi differenti. La Lega del Nord e quella costruita da Salvini per conquistare il resto d’Italia non sono necessariamente incompatibili, ma richiedono una sintesi politica che non può essere affidata soltanto a un compromesso tra gruppi dirigenti.

Congresso Lega: per Salvini la vera sfida è fuori dal partito

Il voto congressuale ha confermato chi guiderà il partito e ha misurato il consenso interno, ma il successo di Salvini non cancella automaticamente le ragioni del malessere emerso durante i lavori. Vincere tra i delegati e recuperare fiducia nel Paese sono due prove differenti, che richiedono risposte altrettanto concrete.

Salvini conserva una leadership costruita in oltre un decennio e può rivendicare di avere trasformato profondamente la Lega. Tuttavia, proprio questa trasformazione impone oggi una verifica dei risultati e delle prospettive. Il rapporto con Fratelli d’Italia, la concorrenza politica alla destra della coalizione, l’indebolimento elettorale e le richieste provenienti dai territori costituiscono elementi di una crisi che difficilmente può essere ricondotta alle sole ambizioni di qualche dirigente.

La Lega esce dal congresso con un segretario confermato da una larga maggioranza, ma non necessariamente con un’identità più chiara. Ed è questo il paradosso che accompagna la riforma approvata a Milano: il tentativo di rispondere alla domanda di maggiore partecipazione attraverso un organismo il cui funzionamento rimane strettamente legato al vertice.

La politica, del resto, non si misura soltanto sulla capacità di controllare un partito, ma soprattutto su quella di convincere gli elettori a riconoscersi nuovamente nelle sue scelte. Salvini ha prevalso su Garavaglia. La sfida più difficile, però, sarà riconquistare chi negli ultimi anni ha smesso di votare Lega. E per affrontarla potrebbe servire qualcosa di più di nove nuove poltrone attorno al tavolo della segreteria.