Il volume di Paolo Cucchiarelli e il podcast di LaC "Sila, l'ombra del MiG" rilanciano le domande sul caccia precipitato in Calabria e sulle incongruenze emerse nelle indagini successive all’abbattimento del DC9. Così una comunità dell'entroterra è diventata custode forzata di un segreto di Stato
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Il corpo di un uomo non si piega alle scadenze dei ministeri. Eppure, per quarant'anni, la versione ufficiale sulla strage di Ustica ha preteso che i tessuti disfatti del capitano libico Khalil Ezzedin obbedissero a un calendario politico. Nel suo libro-inchiesta “Ustica & Bologna. Attacco all'Italia” (2020), Paolo Cucchiarelli compie un'operazione puramente documentale, che è quella di rimette i dati biologici e le carte giudiziarie al centro del dibattito, smontando le narrative istituzionali attraverso l'analisi rigorosa delle incongruenze. La chiave per comprendere l'abbattimento del DC9 Itavia, avvenuto la notte del 27 giugno 1980, non si trova solo nei tracciati radar cancellati del Tirreno, ma risiede in un anno fatto di terra, concreto e cronologicamente manipolato: la caduta di un MiG-23MS a Castelsilano, sui monti della Sila.
Cucchiarelli affronta la materia con il metodo del cronista d'agenzia, abituato a verificare l'attendibilità delle fonti incrociando i faldoni giudiziari con le risultanze delle commissioni parlamentari. Quando questo sguardo anatomico si posa sul caso silano, la tesi dei due incidenti distinti decade. L'aereo civile e il caccia militare non appartengono a due storie diverse, ma sono i due reperti fondamentali dello stesso scenario di guerra aerea non dichiarata nel Mediterraneo.
Questo legame indissolubile, suffragato dalle pagine di Cucchiarelli, si fa oggi elemento portante di una nuova archeologia dell'ascolto. L'inchiesta del giornalista romano è stata infatti uno dei cardini documentali che ho utilizzato per la realizzazione di “Sila, l'ombra del MiG”, un podcast antropologico-investigativo firmato da chi scrive, in collaborazione con Antonio Martino. La serie audio, prodotta da Diemmecom e di prossima uscita su LaC Network, riprende quel filo spezzato nel luglio del 1980, non per limitarsi alla fredda cronistoria militare, ma per mappare la memoria ferita del territorio attraverso la viva voce dei testimoni e l'osservazione sul campo.
I fatti accertati respingono da sempre la ricostruzione ufficiale del volo solitario. Secondo le autorità dell'epoca, il MiG sarebbe caduto il 18 luglio 1980 per esaurimento di carburante, dopo che il pilota aveva perso conoscenza sopra i cieli della Libia. Tuttavia, le prime relazioni dei medici legali Erasmo Rondanelli e Anselmo Zurlo, unite alle testimonianze del personale sanitario che esaminò il cadavere tra Castelsilano e Caccuri, registrarono uno stato di decomposizione talmente avanzato da essere biologicamente incompatibile con una morte avvenuta tre giorni prima. Quel corpo presentava lesioni e fenomeni trasformativi riferibili a un decesso avvenuto circa quindici o venti giorni prima della data del ritrovamento formale. Scientificamente, la morte del pilota risaliva alla sera del 27 giugno.
L'incrocio dei dati permette di ricostruire la dinamica geopolitica di quella notte. In quel periodo, il governo italiano manteneva una complessa doppia linea diplomatica: l'adesione formale ai protocolli Nato e un accordo tacito con il regime di Gheddafi, che consentiva ai velivoli libici di attraversare lo spazio aereo nazionale. I caccia di Tripoli risalivano la penisola occultandosi nella cosiddetta "ombra radar" dei voli civili di linea, sfruttando le rotte commerciali come l'Ambra 14 per sfuggire all'intercettazione dei sistemi di sorveglianza occidentali.
La sera del 27 giugno, il DC9 Itavia si trovò a fare da scudo involontario a un MiG libico. L'intrusione attivò la risposta di caccia intercettori francesi e statunitensi decollati dalle basi in Corsica e dalle unità navali nel Tirreno. Nella ricostruzione tecnica, l'abbattimento dell'aereo civile non sarebbe derivato dall'impatto diretto di un missile, bensì dagli effetti fluidodinamici e termici provocati dal passaggio ravvicinato di un caccia militare a velocità supersonica. L'onda d'urto generata dal postbruciatore avrebbe destabilizzato la struttura del DC9, compromettendone l'assetto in modo fatale.
Nello stesso scontro, il MiG-23 subì danni strutturali o la parziale invalidazione del pilota. Il velivolo proseguì la sua traiettoria in assetto di volo automatico o a bassa quota, superando la costa calabra per poi impattare contro i rilievi della Sila, in contrada Timpa delle Magare.
L'intervento degli apparati di sicurezza si concentrò sulla gestione del fattore tempo. Non potendo occultare la presenza fisica del relitto in Calabria, la strategia di contenimento consistette nel posticipare la data del ritrovamento di oltre due settimane. Isolare cronologicamente il MiG significò troncare il nesso di causalità con la strage del Tirreno, declassando un evento bellico internazionale a un mero incidente di volo transfrontaliero da risolvere per via diplomatica tra Roma e Tripoli.
Il lavoro di scavo di “Sila, l'ombra del MiG” si addentra proprio in questo spazio opaco, superando la cortina del cosiddetto “muro di gomma” che ha protetto per decenni segreti militari e geopolitici transnazionali. Attraverso testimonianze inedite, documenti processuali e analisi scientifiche, il podcast esplora come la rimozione della verità storica sia passata attraverso una deliberata alterazione del dato temporale e biologico, costringendo una comunità dell'entroterra calabrese a farsi custode forzata di un segreto di Stato. Il relitto di Castelsilano cessa così di essere un mistero periferico per diventare l'evidenza scientifica di un conflitto taciuto nel cuore della Guerra Fredda mediterranea, le cui conseguenze continuano a interpellare la nostra coscienza democratica.
*Documentarista Unical



