«La situazione in cui si trova oggi il sistema penitenziario, rischia di trasformarsi in una vera e propria “bomba”, rendendo le case circondariali ancora più invivibili»
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Ci sono stanze in cui lo spazio si misura a passi corti. Tre passi in avanti, due indietro. Il resto è occupato da letti, oggetti accatastati, corpi che cercano una posizione. Le giornate si organizzano attorno a questa prossimità continua, fatta di rumori, attese, piccoli attriti.
Negli istituti italiani questa condizione è diffusa. Il numero dei detenuti supera la capienza prevista, e la gestione quotidiana si regge su soluzioni provvisorie. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e vieta trattamenti contrari al senso di umanità. La verità è che dentro le carceri, questa indicazione resta lontana dall’esperienza concreta.
Le attività disponibili non riescono a coinvolgere tutti. L’ordinamento penitenziario italiano, legge 354/1975, prevede lavoro, istruzione, contatti con l’esterno come elementi centrali del trattamento. Nella pratica, queste possibilità sono limitate. Molti detenuti trascorrono gran parte del tempo senza occupazioni strutturate mentre il disagio si accumula nei gesti quotidiani. Gli atti di autolesionismo diventano una presenza frequente, i suicidi segnano con regolarità la vita degli istituti.
Intanto nel dibattito pubblico prevale una linea improntata alla repressione. Pochi giorni fa, l'aula del Senato ha approvato il decreto sicurezza, un provvedimento che va ad ampliare la platea dei reati e quindi le possibilità di carcerazioni. Un mix che, vista la situazione in cui si trova oggi il sistema penitenziario, rischia di trasformarsi in una vera e propria “bomba”, rendendo le carceri ancora più invivibili. L’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha sostenuto, durante il periodo del suo mandato, una gestione securitaria del sistema penitenziario, vantandosi di non lasciar respirare i detenuti durante gli spostamenti. Nella frase tristemente famosa “l’idea di far sapere come non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato è per me un’intima gioia”, c’è qualcosa di profondamente pericoloso. C’è l’idea che la dignità del detenuto sia un elemento negoziabile, un dettaglio secondario rispetto alla necessità di mostrarsi inflessibili e all’interno degli istituti, oltre che un’incitazione alla tortura.
Il “decreto sicurezza” si inserisce in una più ampia tendenza all’inasprimento degli strumenti penali e all’estensione delle misure di controllo sociale, con un progressivo spostamento dell’asse dall’ottica della prevenzione a quella della deterrenza e della repressione. L’introduzione di nuovi strumenti di controllo e di gestione dell’ordine interno può determinare un incremento delle tensioni intramurarie, in un contesto in cui risultano già elevati gli episodi di conflittualità, autolesionismo e disagio psichico tra le persone detenute. Tale disciplina consente agli agenti di infiltrarsi tra i reclusi fingendo di essere detenuti o altri operatori dell’ambiente penitenziario, al fine di acquisire elementi utili alle indagini su reati commessi in carcere, favorendo dinamiche di sospetto tra detenuti e potenzialmente incidendo anche sulla gestione degli episodi di conflittualità e sulla collaborazione nei percorsi trattamentali.
Il tempo trascorso in carcere non costruisce, nella maggior parte dei casi, un percorso utile per il rientro nella società. Le misure alternative previste dall’ordinamento restano legate a condizioni concrete difficili da soddisfare. Senza un domicilio o una rete sociale, l’accesso diventa raro.
Questa difficoltà riguarda in modo particolare i detenuti stranieri. L’assenza di riferimenti sul territorio limita le possibilità di uscita anticipata e anche per reati di lieve entità, la permanenza si prolunga.
E poi, per tutti, c’è il momento che riguarda la “fine del percorso”. Quando si chiude il cancello di una prigione alle spalle di chi ha finito di scontare la pena, inizia la fase più ipocrita e silenziosa del sistema: il ritorno alla cosiddetta “vita libera”, che libera non è affatto.
Si parla spesso di “reinserimento”, parola elegante che suona come un percorso guidato, quasi ordinato. Ma la realtà è un’altra: chi ha scontato una pena entra in un limbo dove la pena continua senza più giudici né sentenze. È una condanna civile non scritta, ma perfettamente operativa. Il casellario giudiziale diventa una seconda pelle, incollata addosso anche quando il debito con la giustizia è formalmente estinto. Non si cancella, non si dimentica, soprattutto non si perdona.
Perché la libertà, in Italia come altrove, non è un diritto che si riattiva automaticamente con un decreto di scarcerazione. È una porta che resta socchiusa, e davanti alla quale si accumulano ostacoli invisibili ma feroci: mancanza di lavoro, stigma sociale, assenza di alloggio, diffidenza istituzionale. Il detenuto che esce di prigione non rientra nella società, ci rimbalza contro.
Le esperienze di reinserimento esistono, ma restano frammentate. La Legge 381/1991, consente alle cooperative sociali di operare nell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, inclusi detenuti ed ex detenuti. In questo quadro si sono sviluppati percorsi che coinvolgono il lavoro in cooperative, spesso in continuità tra dentro e fuori dal carcere, con risultati documentati in termini di riduzione della recidiva nei partecipanti.
Alcuni progetti locali hanno tradotto questo impianto in pratiche amministrative stabili. In diversi comuni, attraverso convenzioni con cooperative sociali e soggetti del terzo settore, si sono attivati percorsi di lavoro per persone in esecuzione penale esterna o appena scarcerate. Le attività riguardano manutenzione urbana, servizi ambientali, edilizia leggera, artigianato e servizi alla persona. In questi casi l’intervento pubblico non si limita alla gestione del disagio, ma entra nella costruzione di una continuità lavorativa.
Questi modelli non dipendono da iniziative isolate, ma dalla capacità delle amministrazioni locali di strutturare convenzioni e garantire continuità economica e organizzativa. Dove questa struttura manca, il rientro avviene senza supporti e si traduce spesso in una ripetizione del percorso penale.
Dentro questo quadro si colloca uno dei tentativi più strutturati di costruire alternative al circuito penale tradizionale. Negli anni Novanta, a Cosenza, l’amministrazione guidata da Giacomo Mancini promosse un sistema di cooperative sociali legato all’inclusione lavorativa di persone detenute ed ex detenute. L’impostazione non si limitava a interventi assistenziali, ma puntava a creare occupazione reale attraverso convenzioni tra Comune e mondo cooperativo.
L’idea di fondo era spostare il reinserimento fuori dalla logica dell’intervento episodico. Le cooperative non venivano pensate come strumenti marginali, ma come soggetti economici coinvolti stabilmente in attività di interesse pubblico. In questo schema il lavoro riguardava manutenzione urbana, servizi ambientali, gestione di spazi pubblici e piccole attività produttive. L’amministrazione comunale agiva come soggetto di regia, creando continuità tra carcere, misure alternative ed esterno.
Il punto centrale di quell’esperienza era la stabilità del percorso. La persona in uscita dal carcere non veniva collocata in una fase sospesa, ma inserita in attività che avevano una durata e una struttura. Il lavoro non era presentato come fase temporanea, ma come elemento stabile di reinserimento sociale. Questo riduceva la distanza tra detenzione e vita ordinaria, rendendo meno brusco il passaggio tra i due mondi.
Quella stagione ha avuto un valore sperimentale ma anche politico, perché ha mostrato come il reinserimento non dipenda solo dal sistema penitenziario. Dipende anche dalle amministrazioni locali e dalla loro capacità di costruire domanda di lavoro pubblico e sociale. Dove questa capacità è stata attivata, il reinserimento ha trovato canali concreti. Dove è mancata, il ritorno alla vita esterna si è tradotto in un’interruzione netta.
Il risultato è un meccanismo perfetto nella sua crudeltà: senza lavoro non c’è casa, senza casa non c’è residenza, senza residenza non c’è lavoro. Una catena burocratica che non ha bisogno di guardie per funzionare. E così l’ex detenuto diventa un cittadino dimezzato, tollerato più che accolto, sospettato più che ascoltato.
La politica, intanto, preferisce il silenzio o la retorica. Quando non invoca la sicurezza, parla di “percorsi di reinserimento” senza finanziare realmente le strutture che dovrebbero sostenerli. I programmi esistono, ma sono spesso frammentati, sovraccarichi, affidati a enti che operano con risorse insufficienti. E il carcere, invece di essere un passaggio, diventa un’etichetta permanente.
Il punto più grave non è solo sociale, ma profondamente politico perché una democrazia si misura anche da come tratta chi ha sbagliato. Se la pena termina ma la punizione continua nella vita quotidiana, allora siamo di fronte a una sospensione prolungata della cittadinanza.
E così, fuori dai cancelli, si consuma una seconda detenzione, senza sbarre visibili ma con muri altrettanto solidi: quelli dell’indifferenza, del pregiudizio e di una burocrazia che non dimentica mai.
*Emilia Corea, Garante dei detenuti del Comune di Cosenza


