«Dal Cosmai un grido silenzioso. Ho visto celle trasformate in tetris umani, finestre schermate da lastre di plexiglass con l’estate che incombe e tanti parlare il linguaggio dell’autolesionismo»
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
Dal 5 al 20 marzo 2026 ho effettuato diverse visite all’interno della Casa Circondariale “Sergio Cosmai” di Cosenza. Varcarne la soglia è come immergersi in un’umanità sospesa, dove l'aria manca e la speranza si consuma. Come Garante, uno dei miei compiti è osservare, ma ciò che ho raccolto tra le sezioni di Media Sicurezza e l’area “Ex Femminile” è un grido silenzioso.
Camminando tra i corridoi, durante i colloqui collettivi o quelli personali, c'è una litania che i detenuti ripetono spesso, una frase che ti resta addosso come l'odore della muffa sulle pareti: «Abbiamo sbagliato, ma siamo esseri umani e non spazzatura. Vogliamo scontare la nostra pena in maniera dignitosa». In queste poche parole è racchiuso il fallimento di un sistema quale risultato di un’impostazione sempre più orientata in senso repressivo.
Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un rafforzamento delle politiche securitarie e a un maggiore ricorso allo strumento detentivo, spesso accompagnato da una minore attenzione agli aspetti legati alla tutela dei diritti e alla funzione rieducativa della pena. La riduzione degli standard di tutela dei diritti può essere letta, a livello nazionale, come l’effetto di politiche che negli anni hanno posto maggiore enfasi sulla dimensione securitaria e punitiva della pena, quasi sempre a scapito della sua funzione rieducativa.
I problemi legati alla riduzione del rispetto dei diritti delle persone detenute non riguardano esclusivamente il carcere di Cosenza, ma rappresentano una criticità più ampia che investe l’intero sistema penitenziario italiano. Il caso del carcere di Cosenza assume un valore emblematico: non un’eccezione, ma un indicatore di un problema sistemico.
L’ambiente carcerario del "Cosmai” mostra grosse criticità dal punto di vista infrastrutturale. Ho visto celle trasformate in tetris umani, dove 5/6 brandine sono accatastate l’una sull’altra, costringendo gli uomini a vivere in una verticalità pericolosa. Salire o scendere dal proprio giaciglio diventa un esercizio di equilibrismo con il rischio costante di infortuni gravi, un pericolo fisico costante. Un detenuto che dorme a due metri di altezza in una cella ad alta densità di letti sovrapposti, rischia l'infortunio ogni volta che scende; rischia la propria integrità in un luogo che dovrebbe, per costituzione, proteggerla.
Ma l'immagine più violenta l'ho trovata nelle finestre schermate da lastre di plexiglass. Immaginate l'estate cosentina che incombe, immaginate di respirare attraverso una membrana di plastica che blocca l'aria e riflette il calore. Si tratta di un dispositivo che trasforma la cella in una cappa asfissiante, una scelta che nega il ricambio d'aria e la luce naturale, calpestando ogni standard di salubrità imposto dalla Costituzione e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
In questo scenario di privazione, quando le parole non bastano più e il supporto psichiatrico è ridotto a una somministrazione massiccia di sedativi - con l’80% dei detenuti farmacologicamente "contenuti" -il corpo diventa l'ultimo terreno di protesta. Ho raccolto testimonianze di un'emergenza quotidiana fatta di autolesionismo, gesti disperati che gridano una sofferenza che la mente non riesce più a processare.
L’autolesionismo è un linguaggio, è il risultato di una miscela esplosiva fatta di sovraffollamento, inattività forzata e convivenza forzata di detenuti comuni con persone affette da gravi patologie psichiatriche, abbandonate a se stesse con "piantoni" presenti per una sola ora al giorno. In questo vuoto di assistenza, il rischio suicidario aleggia come un'ombra costante su ogni sezione.
C’è poi un dato che attraversa, in modo trasversale e spesso taciuto, l’intero sistema penitenziario: in carcere, nella maggior parte dei casi, finiscono le persone più fragili dal punto di vista economico e sociale. Le persone meno abbienti, quelle che hanno meno strumenti, meno reti, meno possibilità di difesa. Non è una regola scritta, ma una realtà che si ripete con una costanza che interroga. Chi dispone di risorse economiche, di tutele, di possibilità alternative, raramente attraversa fino in fondo la soglia del carcere.
Chi non ha nulla, invece, ci entra più facilmente e più difficilmente ne esce. È una frattura sociale che si materializza dietro le sbarre, rendendo il carcere non solo luogo di pena, ma anche specchio delle disuguaglianze esterne. Le carceri italiane sono diventate, in molti casi, il punto in cui le fragilità del sistema sociale si concentrano e si comprimono.
L’analisi politica di questa crisi tocca un punto nevralgico che ho voluto porre con forza all'attenzione del Sindaco di Cosenza. Esiste una categoria di "invisibili tra gli invisibili": i migranti. Molti di loro sono costretti a restare dietro le sbarre anche per reati non gravi, non perché la loro pericolosità lo richieda, ma perché sono privi di una residenza e di un domicilio. Senza una casa, il diritto alle misure alternative - come gli arresti domiciliari - diventa carta straccia.
È una discriminazione censuaria intollerabile: se sei povero o se sei un migrante senza radici burocratiche, la cella con sei brandine resta la tua unica prospettiva. Ho chiesto al Sindaco un atto di civiltà, quello di reperire alloggi, utilizzare immobili pubblici o beni confiscati per dare a queste persone un domicilio che permetta loro di uscire dal carcere trasformando la detenzione in un percorso e non in un vicolo cieco.
Cosenza ci pone davanti a uno specchio. Possiamo continuare a fingere che il carcere sia un buco nero dove far sparire chi ha sbagliato, oppure possiamo ascoltare quel grido: "Non siamo spazzatura". La mia relazione, che ora viaggia verso le autorità preposte, è un appello alla coscienza collettiva: la sicurezza di una società non si costruisce ammassando corpi nelle celle fatiscenti schermate dal plexiglass, ma garantendo che la pena sia il primo passo verso il reinserimento, e non l'ultimo capitolo di una vita umana.
Ogni detenuto merita una possibilità di respiro, cura e futuro. Per quanto grave possa essere il reato, nessuna colpa può cancellare la dignità di chi è privato della libertà. Che le mura del carcere di Cosenza non debbano mai essere testimoni di suicidi!
*Emilia Corea, garanta dei detenuti del Comune di Cosenza

