VIDEO | Incappucciati, silenziosi, scalzi, portatori di una penitenza che la modernità vorrebbe sterilizzare. Alla processione del Venerdì Santo il tempo si riprende il suo spazio contro la velocità del mondo
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L’odore è un impasto denso di incenso, sudore antico e cera sciolta che cola sulle vie. Non è una marcia, quella che attraversa Cassano Ionio Venerdì Santo. È un’agonia motoria. Un centimetro alla volta, un dondolio che mozza il fiato e snerva i muscoli, una lentezza calcolata per dilatare il dolore fino a renderlo insopportabile. Chi guarda da fuori, col filtro della cronaca o del turismo religioso, vede una devozione estrema. Chi invece affonda le mani nelle viscere di questa terra sa che quel passo rallentato, quasi immobile, è un atto di guerriglia simbolica. È il tempo che si riprende il suo spazio contro la velocità del mondo, ma soprattutto contro l'autorità che vorrebbe rimettere ordine nel caos del sacro. Ho impiegato più di vent’anni per capirlo. Ho girato ore ed ore di immagini.
Tutto comincia nel ventre scuro del Giovedì, quando la “chiamata della Madonna” squarcia il silenzio delle navate. Non è un invito cortese del predicatore. È un grido viscerale, un’invocazione che ha il sapore del richiamo di sangue. La Vergine viene cercata, quasi stanata, per essere trascinata dentro il dramma del Figlio. Qui l'antropologia si fa carne viva. Non c'è distanza tra il simulacro e il fedele. La Madonna di Cassano è una madre del Sud a cui hanno tolto il respiro, e il popolo non l'assiste, ma la incarna. Le voci si rompono nei canti di passione, quel dialetto stretto che non serve per comunicare informazioni, ma per sventrare il senso del tragico. Sono suoni gutturali, vocali che si allungano in lamenti pre-cristiani. “U Piantu d'a Maronna” non è letteratura; è un codice di appartenenza scritto col ferro e col fuoco della disperazione.
Poi arrivano i “disciplini”. La prima apparizione la fanno attraversando lentamente una navata. Figure che sembrano uscite da un incubo medievale o da un quadro di Goya rimasto troppo a lungo sotto il sole della Calabria. Incappucciati, silenziosi, scalzi, portatori di una penitenza che la modernità vorrebbe sterilizzare. C'è chi dice che la Chiesa abbia provato, nei decenni, a ripulire queste manifestazioni dal loro sapore troppo “pagano”, troppo sporco. Ma la gerarchia ecclesiastica, a Cassano, deve fare i conti con un potere orizzontale che non si lascia addomesticare. La processione è il momento in cui il popolo riprende le chiavi della città. In quel procedere esasperante, in quella lentezza che sfida le leggi della fisica e del buon senso, si nasconde la vera resistenza. Se il Vescovo o il parroco premono per accelerare, per rientrare negli orari liturgici, la folla risponde inchiodandosi. Ogni sosta è una sfida. Ogni millimetro guadagnato è un braccio di ferro.
È capitato, nella storia di questo paese, che il rito diventasse il palcoscenico di un ribaltamento totale. Quando la Chiesa ha provato a imporre percorsi o a vietare certi eccessi, il popolo ha risposto con l'arma del tempo. Hanno fermato la statua. Hanno deciso che Cristo non doveva muoversi se non alle loro condizioni. In quel momento, l’ordine costituito si frantuma davanti alla sovranità della religiosità popolare, che è anarchica per definizione. Il sacro a Cassano non è una domenica composta in cattedrale. É una sommossa silenziosa che si maschera da preghiera.
I canti di passione, con le loro rime aspre e le metafore agricole applicate alla carne divina, funzionano come un esorcismo collettivo. Le parole in dialetto sono pietre. “Cristu muortu” non è un concetto teologico, è un vicino di casa che è stato ucciso dal potere, e la sua morte va vendicata con un lutto che deve durare secoli. Il significato profondo di questi inni non sta nella teologia della salvezza, ma nella solidarietà della sconfitta. Si canta per non dimenticare che siamo tutti sotto lo stesso giogo, e che almeno una volta l'anno, dietro quel fercolo pesante che spacca le spalle, siamo noi a decidere quando e come camminare.
C'è una ferocia estetica in tutto questo. Non c'è spazio per la grazia vaticana. Le facce degli uomini che portano i misteri sono maschere di fatica autentica, solcate da rughe che sembrano i calanchi che circondano il paese. La polvere si alza dai passi strascicati e crea una nebbia che confonde i secoli. Chi comanda qui? Il prete che benedice o il capo-portatore che decide il ritmo del dondolio? La risposta è scritta nei silenzi ostinati tra una strofa e l’altra del canto.
Questa lentezza esasperante non è ozio, è possesso. È dire: questo suolo è mio, questo dolore è mio, e voi non potete regolarlo con un cronometro. È la rivincita degli ultimi che, per un giorno intero, dettano il passo ai potenti. Se la Chiesa è l’istituzione che media tra Dio e l’uomo, la processione di Cassano è l’aggiramento dell’ostacolo, il contatto diretto, violento e senza filtri con il divino che soffre. Un divino che non siede su un trono, ma che suda sotto il peso del legno insieme a chi lo trascina.
Mentre le ombre si allungano e la stanchezza diventa un allucinogeno collettivo, ci si accorge che la processione non ha una fine vera. È un cerchio che si chiude solo per riaprirsi l'anno successivo, identico, immobile, ribelle. La “chiamata” del giovedì non era che l'inizio di una lunga veglia contro l'oblio. E quando finalmente l'ultimo simulacro varca la soglia della chiesa, non resta un senso di pace, ma il sapore metallico di una battaglia vinta a metà. L'ordine è stato sfidato, il tempo è stato sequestrato, la Madonna ha pianto le lacrime che spettavano a tutti. Domani, il mondo tornerà a correre veloce e indifferente, ma per qualche ora, tra i vicoli di Cassano, il potere ha dovuto aspettare che il popolo finisse di contare i propri morti. Resta da capire se siamo noi a portare i santi in giro per le strade, o se siano loro, immobili e severi, a trascinarci verso un abisso di cui abbiamo terribilmente bisogno per sentirci ancora vivi.
*Documentarista Unical



