Giuseppe Smorto racconta i quattro giganti che hanno fatto la storia del giornalismo sportivo italiano
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C’è stato un tempo in cui Repubblica, per volere del patron Eugenio Scalfari, non contemplava l’idea di inserire tra le proprie pagine lo sport. Una scelta derivante dalla convinzione che le notizie sportive fossero irrilevanti, in quanto raccontavano solamente le azioni tecniche di uomini in pantaloni corti. Solo successivamente si comprese che allontanare dalla carta stampata gli argomenti – forse – più cari ai lettori italiani non fu una grande idea e si rimediò, costruendo così: «una strana redazione che in pochi anni si riempì di personaggi di livello altissimo».
Queste le parole del giornalista e scrittore Giuseppe Smorto alla presentazione del suo libro “I 4 Gianni” all’interno della cornice culturale di UnicalFesta 2026. Una vera e propria epopea quella descritta nell’ultima fatica letteraria di Smorto, dove si raccontano le menti capaci di costruire l’ambiente sportivo di Repubblica, ovvero i quattro Gianni: Brera, Clerici, Minà e Mura. A ciascuno il suo e per ognuno di loro uno spazio dedicato, parole che non vogliono costituire un libro che vive di nostalgia, ma una vera e propria memoria storica dedicata a chi ha davvero costruito mattone su mattone il giornalismo sportivo in Italia.
Quattro penne, quattro stili completamente diversi tra loro, ma, come tiene a ricordare l’autore, riconoscibilissimi nelle loro composizioni. Proprio su questo argomento va in scena una vera lezione di stilistica improvvisata a seguito di una domanda a bruciapelo di Massimo Razzi, giornalista presso il Quotidiano del Sud, il quale legge a Smorto un testo da riconoscere scritto da uno dei “quattro”.
«Questo è un “Gemini-Mura” generato attraverso l’utilizzo di un prompt, irriconoscibile agli occhi del lettore», prendendo spunto da questo momento l’autore discute della grande fortuna della generazione dei “Gianni”, la quale avrebbe mal gradito l’ingerenza dell’intelligenza artificiale, in quanto: «è chiaro che questi quattro personaggi non l’avrebbero nemmeno guardata – l’intelligenza artificiale – perché erano depositari di uno stile così particolare, così individuale che non avrebbero apprezzato l’omogenizzazione dei prodotti AI».
«Non a caso la loro memoria è ancora presente: tutta l’opera di Brera è una fondazione Mondadori a Milano; tutto l’archivio Clerici si trova all’Università Cattolica di Brescia; Minà ha creato una fondazione intitolata “Gianni Minà” dove a poco a poco verranno digitalizzati tutti i suoi servizi; e a Gianni Mura è stata appena intitolata la biblioteca dello sport della città di Milano», così l’autore analizza, in conclusione, il lascito spirituale delle quattro penne, un lascito fatto non di pura metafisica destinata a qualche lettore nostalgico, ma di gesti concreti e di pagine di storia sportiva vissuta, prima che scritta.

