«Vedo ragazzi disposti ad aprirsi, a raccontare parti di sé che magari non avevano mai avuto il coraggio di condividere». Andrea Guido, psicologo e psicoterapeuta impegnato in diversi istituti calabresi di Cosenza e provincia, traccia un primo bilancio del progetto “Discutiamone insieme – Lo psicologo a scuola”. E lo fa partendo da un dato che, più di altri, restituisce il senso dell’iniziativa: «Alcune volte ho la sensazione che non vedessero l’ora di incontrare qualcuno con cui esprimere difficoltà, paure, tristezze. Dal punto di vista dell’intercettazione dei bisogni, sta andando molto bene».

Le adesioni delle famiglie superano l’80% in molti istituti«: Sono rari i casi in cui in una classe ci sono ragazzi i cui familiari non hanno aderito. E spesso sono proprio i genitori a rivolgersi a noi per un confronto, per un consiglio su ciò che osservano nei propri figli». Un segnale di fiducia che segna una discontinuità rispetto al passato: «C’è meno diffidenza e più consapevolezza».

Il perimetro è chiaro: «Non parliamo di terapia clinica, ma di prevenzione, monitoraggio, sensibilizzazione. L’obiettivo è intercettare i problemi prima che diventino clinicamente rilevanti». La scuola, sottolinea, è «un bacino d’utenza che raccoglie tutti, un osservatorio privilegiato per leggere il disagio trasversalmente ai contesti sociali».

Le ore a disposizione non sempre bastano ma, come evidenzia Andrea Guido, è un punto di partenza. La flessibilità del progetto, che talvolta coinvolge i giovani ragazzi fuori dal “target” – che, ricordiamo, sono le terze medie e il biennio degli istituti superiori –, amplia la platea. E le richieste, in tal senso, non mancano: «Quando chiedo: “Tu con chi ne parli?”, molte volte mi sento rispondere: “Con nessuno”. E la prima volta che raccontano quella difficoltà lo fanno con me. Questo è un campanello d’allarme: se non ci fosse stato il progetto, con chi ne avrebbero parlato?».

Lo psicologo e psicoterapeuta cosentino ha tracciato un primo bilancio del progetto della Regione Calabria "Discutiamone insieme", tra criticità e consapevolezze: «La cosa che più mi ha colpito? I ragazzi non parlano più con nessuno, alcune cose le dicono per la prima volta a me»

Il bisogno più evidente è la necessità di ascolto: «Tanti ragazzi si sentono giudicati o in colpa per ciò che provano e faticano a confidarsi anche con le persone più vicine». A complicare il quadro c’è l’uso massiccio dei social: «Ci sono studenti che trascorrono 7, 8, 10 ore al giorno sui dispositivi. Si confrontano 24 ore su 24 con modelli irraggiungibili: chi è più bello, più ricco, più famoso». Il risultato è un sovraccarico emotivo e cognitivo: «Il cervello non riposa mai, viaggia veloce fino a spegnersi per sfinimento. E un cervello che non riposa amplifica le emozioni negative».

Non sempre, però, l’ascolto e la prevenzione sono sufficienti a contenere il disagio che emerge dai colloqui: «Nei casi più complessi possiamo decidere di coinvolgere la famiglia per indirizzare verso un percorso di valutazione specialistica». Ma l’aumento delle intercettazioni apre anche nuove sfide per i servizi territoriali: «Può diventare la scintilla per potenziare le prestazioni e rispondere in modo adeguato alla crescente domanda».

La priorità, per Guido, è una sola: «Fare in modo che questo progetto non resti un progetto. Siamo entrati nella vita scolastica a tutti gli effetti. Indipendentemente da chi lo porterà avanti, deve diventare strutturale. Non si deve neppure paventare l’idea di un’interruzione».