La singolare struttura fossile, individuata da Mario De Simone lungo il torrente Ortiano, presenta un reticolo di celle esagonali impresso nella roccia. Un nuovo tassello del ricchissimo patrimonio geologico della Sila. Il reperto sarà donato al Museo di Longobucco del Parco Nazionale della Sila
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Sembra un alveare pietrificato. Una trama geometrica di piccole celle esagonali perfettamente disegnate sulla superficie di una roccia. Ma le api non c’entrano nulla: quelle forme sarebbero state prodotte sul fondo di un antico oceano, quando il territorio che oggi conosciamo come Sila aveva un aspetto completamente diverso.
Il ritrovamento è avvenuto lungo il torrente Ortiano, nel territorio di Longobucco. A individuarlo è stato Mario De Simone, curatore del Museo di Longobucco del Parco Nazionale della Sila, che ha riconosciuto nella particolare struttura impressa su un calcare marnoso caratteristiche riconducibili al Paleodictyon, uno degli icnofossili più affascinanti e discussi dalla paleontologia.
Il reperto sarà donato al Museo di Longobucco, andando ad arricchire una collezione che racconta una storia cominciata molto prima dell’uomo.
Un alveare inciso nella roccia
A rendere particolare la scoperta è proprio la geometria del fossile: una successione estremamente regolare di celle esagonali, simile a un piccolo reticolo.
Non si tratta del fossile del corpo di un animale, ma di una sua traccia di attività, ciò che in paleontologia viene definito icnofossile. Gallerie, cunicoli e percorsi lasciati nei sedimenti da organismi che vivevano sui fondali marini possono infatti conservarsi nella roccia per milioni di anni.
Ed è qui che comincia il mistero del Paleodictyon problematicus.
Il nome stesso racconta quanto questa struttura abbia interrogato gli studiosi fin dalla sua prima descrizione scientifica, attribuita a Giuseppe Meneghini nel 1850. Per lungo tempo non è stato chiaro quale organismo potesse realizzare reticoli così regolari e, soprattutto, quale fosse la funzione di una geometria tanto precisa.
Quando la Sila era sotto il mare
Per comprendere il valore del ritrovamento bisogna tornare indietro di centinaia di milioni di anni.
Il territorio di Longobucco conserva rocce di età e origine profondamente differenti. Accanto ai graniti formatisi alla fine dell’orogenesi varisica, circa 300 milioni di anni fa, affiorano rocce sedimentarie formatesi successivamente sui fondali della Tetide, l’antico oceano di cui il Mediterraneo rappresenta oggi uno degli ultimi eredi.
Come spiega il dottor Gianpaolo Barone nella ricostruzione scientifica che accompagna la scoperta, nei calcari scuri e nei calcari marnosi dell’area di Longobucco sono già stati rinvenuti nel tempo fossili di ammoniti, belemniti, gasteropodi e brachiopodi, testimonianze delle trasformazioni dell’ambiente marino avvenute soprattutto nelle fasi più antiche del Giurassico, circa 200 milioni di anni fa.
Sono frequenti anche altre tracce fossili prodotte dagli organismi che vivevano nel fango del fondo oceanico, scavandolo alla ricerca di nutrimento.
Il Paleodictyon individuato lungo l’Ortiano si inserisce dunque in un territorio che continua a restituire testimonianze di quel lontanissimo passato.
Il mistero delle celle esagonali
La domanda che accompagna il Paleodictyon da oltre un secolo e mezzo è apparentemente semplice: chi costruiva quelle strutture?
Studi più recenti hanno proposto un collegamento con l’attività di piccoli artropodi marini capaci di scavare nel sedimento. Ma resta ancora da comprendere fino in fondo perché le gallerie venissero organizzate proprio secondo una precisa struttura esagonale.
Una delle ipotesi è che il reticolo potesse essere utilizzato per favorire la crescita dei batteri dei quali l’organismo si nutriva. Un’altra riguarda invece possibili funzioni legate alla vita della colonia.
Il fascino del Paleodictyon è accresciuto da un altro elemento: strutture analoghe sono conosciute in rocce antichissime e forme dello stesso tipo sono state osservate anche sui moderni fondali oceanici.
Una geometria capace, dunque, di attraversare tempi geologici enormi quasi senza cambiare.
Longobucco, uno scrigno geologico ancora da esplorare
La scoperta lungo l’Ortiano riporta così l’attenzione sulla straordinaria complessità geologica di Longobucco, quarto comune della Calabria per estensione e territorio nel quale rocce, miniere, fossili e antichi fondali marini raccontano capitoli diversissimi della storia della Terra.
Alle testimonianze paleontologiche si affianca anche una lunga storia mineraria: i filoni metallici presenti nelle rocce granitiche alimentarono per secoli l’estrazione dell’argento, rendendo Longobucco uno dei centri minerari più importanti del territorio.
Ora un altro piccolo frammento di quella storia riemerge da una roccia del torrente Ortiano.
Una trama di esagoni che sembra disegnata ieri e che, invece, arriva dal fondo di un oceano scomparso.

