È tornata l’ora solare. Alle 3 le lancette le abbiamo spostate indietro di sessanta minuti. Un’ora di sonno guadagnata, almeno per una notte, e giornate che da domenica avranno luce un’ora prima al mattino e buio anticipato nel pomeriggio.

Il rito è ormai familiare. Ma questa volta il cambio arriva mentre in Italia si è riaperto concretamente il dibattito sulla possibilità di mandarlo definitivamente in pensione.

La Commissione Attività produttive della Camera ha infatti concluso nelle scorse settimane un’indagine conoscitiva dedicata all’impatto dell’ora legale permanente, approvando il documento finale. Un passaggio che non abolisce nulla, ma che rimette ufficialmente la questione nell’agenda parlamentare.

Sul tavolo c’è innanzitutto il superamento del doppio cambio annuale. Più complessa è invece la seconda domanda: se dovessimo scegliere un unico orario per tutto l’anno, quale dovrebbe essere?

Ora legale o solare per sempre?

Ed è qui che le posizioni si dividono. Da una parte c’è chi spinge per mantenere l’ora legale durante tutto l’anno, soprattutto per sfruttare più luce nelle ore pomeridiane e serali, con possibili vantaggi per commercio, turismo, tempo libero e consumi energetici.

Dall’altra, una parte consistente della comunità scientifica che si occupa di sonno e ritmi circadiani considera più favorevole l’ora solare permanente, perché garantirebbe una maggiore esposizione alla luce naturale nelle prime ore della giornata.

Il nodo è particolarmente evidente in inverno. Con l’ora legale permanente, in alcune città del Nord il sole sorgerebbe intorno alle 9 nei giorni più corti dell’anno. A risentirne maggiormente potrebbero essere soprattutto studenti, lavoratori con turni mattutini e chi deve spostarsi molto presto.

Quanto si risparmia davvero

C’è poi la questione energetica, che negli anni Sessanta fu una delle ragioni principali per l’introduzione stabile dell’ora legale.

I benefici esistono ancora, ma sono molto inferiori rispetto al passato. La diffusione dei Led, l’efficienza degli impianti e il diverso peso dei consumi legati alla climatizzazione hanno ridotto progressivamente il vantaggio.

Le stime analizzate dalla Camera indicano che nel 2026 l’attuale sistema con sette mesi di ora legale consente un risparmio di circa 302 GWh. Mantenerla anche nei mesi invernali porterebbe un beneficio aggiuntivo di circa 160 GWh, per un totale equivalente a circa lo 0,15% del fabbisogno elettrico nazionale.

Insomma, un risparmio reale, ma non più tale da chiudere da solo la discussione.

L’Europa ci prova dal 2018

Il dibattito, peraltro, non nasce oggi.

Nel 2018 una consultazione promossa dalla Commissione europea raccolse 4,6 milioni di risposte e l’84% dei partecipanti si dichiarò favorevole all’abolizione del cambio stagionale.

L’anno successivo il Parlamento europeo diede il via libera al superamento del sistema. Poi, però, il dossier si è incagliato.

Il problema è evitare un’Europa a macchia di leopardo, con Paesi confinanti che adottano orari differenti e conseguenze complicate per trasporti, logistica, commercio e turismo.

Ed è proprio il coordinamento europeo a restare il principale ostacolo.

Sarà davvero l’ultima volta?

Per ora no, o almeno non possiamo ancora dirlo.

Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre il cambio ci sarà regolarmente. E, secondo le regole oggi in vigore, nella primavera del 2027 dovremo tornare nuovamente all’ora legale.

Perché quello di domenica possa trasformarsi nell’ultimo ritorno all’ora solare della storia italiana servirebbe una decisione nei prossimi mesi.

La politica ha rimesso il dossier sul tavolo. Ma prima di smontare definitivamente la rotellina dell’orologio, c’è ancora parecchio lavoro da fare.