Bilancio record e crescita frenata: fondi vincolati e stop alle assunzioni mettono a rischio il futuro dell’ateneo
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Sedici milioni di euro. Una cifra che, immaginata tra le colline di Arcavacata, ha il sapore ferroso di un miracolo contabile o, forse, il retrogusto asciutto di un’illusione ottica.
Vediamo perché. Mentre il rettore Gianluigi Greco snocciola i numeri di un bilancio d'esercizio che brilla come una gemma rara nel fango dei conti pubblici, l’Università della Calabria si scopre ricca. Anzi, ricchissima. Eppure, tra le pieghe di quello stato patrimoniale che sfiora i settecento milioni, si avverte un fremito, una vibrazione che non appartiene all’euforia. È la vertigine di chi ha scalato una vetta usando ossigeno supplementare e sa che, una volta tolta la maschera, l’aria tornerà a essere quella rarefatta, quasi irrespirabile, della periferia strutturale.
Il paradosso è tutto qui. L’Unical galleggia su un tesoretto accumulato intercettando i flussi vorticosi del Pnrr, quella pioggia di oro europeo che ha trasformato gli atenei in cantieri frenetici, in hub di progettazione che corrono per spendere prima che l’orologio batta la mezzanotte del 2026. Ma è un’opulenza di carta, o meglio, una ricchezza finalizzata. È come possedere una flotta di navi spaziali senza avere la benzina per far decollare nemmeno un motorino. Il Pnrr compra macchinari, finanzia laboratori, mette in piedi cattedrali tecnologiche, ma proibisce di fare la cosa più umana e necessaria di tutte. Proibisce di assumere, di stabilizzare. Dare un volto e un futuro a chi quelle navi dovrebbe guidarle.
Da un punto di vista sociologico, questo bilancio è un manufatto culturale che racconta la schizofrenia del merito nel Mezzogiorno. Siamo di fronte a una comunità accademica che ha imparato a ballare sotto il temporale, diventando “virtuosa” per necessità, capace di battere i colossi del Nord sul terreno della competitività tecnica. Eppure, questa stessa comunità resta incatenata a una logica di “contingenza”, una parola che Greco usa come un bisturi per scoperchiare l'inganno. La contingenza è il pane del povero che vince alla lotteria ma non può usare i soldi per pagarsi l'affitto dei prossimi dieci anni. È un'adrenalina che non si trasforma mai in muscolo.
L'ateneo di Rende si staglia come un’isola di efficienza in un contesto territoriale che spesso arranca, ma è un’isola che rischia di restare deserta di nuove energie vitali se il sistema centrale non cambia marcia. Questa è la sostanza. Il Fondo di Finanziamento Ordinario, l'Ffo, resta il vero nodo scorsoio. Finché i criteri di riparto premieranno solo chi è già in vantaggio, punendo chi opera in trincea, il successo dell’Unical resterà un’anomalia statistica, un atto eroico che non fa sistema. È la “tirannia dell'emergenza”, una prigione psicologica prima ancora che economica. Vivere nell’emergenza significa non poter sognare oltre il prossimo bando, non poter costruire una carriera che non sia un eterno precariato di lusso finanziato da Bruxelles.
C’è qualcosa di profondamente amaro nell’osservare questa solidità finanziaria. È la dignità di chi presenta i conti in ordine sapendo che, altrove, le regole del gioco sono scritte per chi ha già le spalle coperte.
L’antropologia del potere accademico italiano si nutre di queste asimmetrie. Il rettore ringrazia il Cda uscente, celebra lo sforzo corale, ma forse il suo non è un brindisi. Probabilmente è un allarme. È il grido di chi ha dimostrato di saper correre più veloce degli altri pur avendo le scarpe piene di sassi, e ora chiede che quei sassi vengano rimossi. Non per carità, ma per giustizia di rendimento.
Le mura dell’ateneo, i cubi di Gregotti che segnano il paesaggio come una spina dorsale di cemento e sapere, oggi trasudano una domanda che nessun algoritmo di bilancio può risolvere. Cosa ne sarà di questa intelligenza collettiva quando i rubinetti del Pnrr a mezzanotte in punto si chiuderanno? Resteranno i laboratori vuoti? Avremo macchine costose che nessuno sa accendere perché i tecnici sono rimasti fuori dai cancelli, vittime di una norma che vieta di investire sull'uomo per salvare la forma del debito?
Il rischio è che la “visione strategica pluriennale” evocata da Greco resti un miraggio all'orizzonte della Salerno-Reggio Calabria. Se il governo, se il Ministero, non comprendono che la virtù va premiata con la libertà di reclutare, di far crescere, di radicare le competenze sul territorio, allora questi sedici milioni di utile saranno ricordati come l'ultimo bagliore di una stella che è esplosa con un botto meraviglioso, prima di collassare nel buio della burocrazia punitiva.
Non serve una riforma che elargisca mance. Serve una rivoluzione che riconosca la specificità del “fare università” in Calabria. Una rivoluzione che smetta di trattare gli atenei come aziende di servizi in attesa di commesse estere e torni a considerarli come ciò che sono, cioè presidi di resistenza contro la desertificazione culturale. Altrimenti, quel segno più davanti alla cifra finale del bilancio non sarà che l'epitaffio più elegante della storia universitaria italiana. Una bellissima, impeccabile fotografia di quello che avremmo potuto essere, se solo ci avessero permesso di esistere davvero.
*Documentarista Unical

