«Il silenzio, in certi momenti, diventa complicità». La Conferenza episcopale calabra alza la voce sui migranti trovati senza vita sulle spiagge della regione, in particolare lungo la fascia tirrenica, e collega quei ritrovamenti ai “naufragi silenziosi” che – scrive – il ciclone Harry avrebbe consumato tra il 15 e il 22 gennaio. Nel documento, i vescovi parlano di una scia che attraversa Calabria e Sicilia e chiedono non solo pietà, ma scelte politiche e strumenti concreti.

«Almeno quindici corpi senza nome» tra Calabria e Sicilia

La Cec indica una geografia precisa: «Da Scalea ad Amantea, da Paola a Tropea, da Pantelleria a Custonaci». In queste località, si legge, le coste avrebbero accolto «almeno quindici corpi senza nome» restituiti dal Mediterraneo. E aggiunge un dato attribuito alle organizzazioni umanitarie: «I dispersi totali potrebbero essere un migliaio». Per i vescovi non è un numero neutro: «Non è una statistica: è una comunità intera inghiottita dal mare mentre l’Europa guardava altrove».

«Dolore di pastori» e invito ai fedeli: «Non abituatevi»

Nel testo i vescovi spiegano il senso della loro presa di posizione: «Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano». E insistono: «Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità».

Ai fedeli viene rivolta una richiesta netta: «Di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione». La preghiera, nella loro prospettiva, deve diventare una spinta a «vincere la nostra indifferenza» e ad aprire spazi di accoglienza «prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore».

I numeri citati: «Morti triplicati nei primi mesi del 2026»

Il documento richiama anche un dato attribuito all’Organizzazione internazionale per le migrazioni: nei primi mesi del 2026 i morti sarebbero «triplicati». Viene indicata una cifra per gennaio: «452 vittime nel solo mese di gennaio, contro 93 dell’anno precedente». E la sintesi è una frase che fa da spartiacque: «Meno arrivi, più morti».

La richiesta politica: corridoi umanitari sicuri

Dopo l’appello morale, arriva quello istituzionale. La Cec chiede alle istituzioni italiane ed europee di essere «all’altezza della migliore tradizione di civiltà» e formula una richiesta precisa: «Aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria».

Procure e identificazioni: «Risorse per dare un nome e accertare responsabilità»

C’è poi un passaggio operativo legato alla giustizia: la Conferenza episcopale calabra chiede che le Procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano «ogni risorsa necessaria per dare un nome» ai corpi restituiti dal mare e «per accertare le responsabilità».

«Non misurate il successo contando solo chi arriva»

La chiusura è un’accusa al modo in cui viene misurata la politica migratoria: «Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore». E l’ultima riga è un monito: «Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio».