Il messaggio del vescovo di Cassano per il patrono dei giornalisti: etica, verità e responsabilità nell’era digitale
Tutti gli articoli di Società
PHOTO
In occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, la cui memoria liturgica ricorre il 24 gennaio, il Vescovo della Diocesi di Cassano all’Ionio e Vicepresidente della CEI, Mons. Francesco Savino, ha rivolto un messaggio intenso e profondo agli operatori della comunicazione. Al centro della riflessione, il tema scelto da Papa Leone XIV per la 60ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, "Custodire voci e volti umani".
Il Vescovo ha sottolineato come le nuove tecnologie debbano restare strumenti al servizio della relazione, avvertendo che «sebbene questi strumenti offrano efficienza e ampia portata, non possono sostituire le capacità unicamente umane di empatia, etica e responsabilità morale», poiché la comunicazione richiede «giudizio umano, non solo schemi di dati».
La sfida attuale non è solo tecnica ma profondamente etica, occorre, cioè, contrastare la creazione di bolle informative e la diffusione di contenuti fuorvianti che indeboliscono il pensiero critico e alimentano le disuguaglianze. Per Monsignor Savino, l’alfabetizzazione mediatica deve diventare un pilastro educativo per insegnare a distinguere i fatti dalle suggestioni, preservando quella disciplina interiore che, come egli stesso scrive, «non scambia la velocità per verità».
Il cuore della riflessione si snoda attraverso due concetti cardini, le voci e i volti. Il Vescovo esorta i cronisti a non trasformare il mestiere in una professione asettica, raccomandando: «Non fatevi vincere dalla tentazione di trasformare il vostro 'mestiere', che deve sempre odorare di umano, in una professione in camice bianco e tutta computerizzata».
La verità deve essere la spina dorsale di ogni racconto, ispirandosi alla strategia dell’ascolto dei poveri che riporta la missione giornalistica all’essenziale, perché «la verità che va raccontata non è un corollario del racconto, è la sua spina dorsale e non può essere a geometria variabile».
Praticare la libertà di parola e la profezia significa avere il coraggio di parlare in nome di chi non ha voce, denunciando le ingiustizie e resistendo al conformismo della rete, ricordando che «i giornalisti devono parlare in nome e per conto degli uomini e delle donne del loro tempo, raccontando le loro storie gridando amare verità ai sordi detentori del potere».
Allo stesso modo, l’etica del volto diventa un atto di resistenza contro i deepfake e la serialità massificatrice che annulla l'identità. Citando don Tonino Bello, Savino ribadisce che la pace nasce dalla «ricerca del volto, non della maschera», poiché nel tempo dei volti sintetici bisogna «difendere l’irriducibilità della persona alla sua immagine».
Custodire l’umanità significa dunque non anestetizzarsi davanti alle ferite del mondo, declinando quotidianamente i verbi ascoltare, approfondire e raccontare. Il giornalismo non deve mai perdere la sua anima, evitando che l'informazione diventi «olio di ricino, un contenuto imposto, umiliante, confezionato per piegare e non per illuminare».
In conclusione, il Vescovo invita a non vergognarsi della compassione, poiché «quando il giornalismo smette di lasciarsi interrogare dalle ferite del mondo, finisce per ferire il mondo due volte: prima non vedendo, poi raccontando senza comprendere».

