Saliou non sognava l’Italia, tantomeno la Calabria. Sognava una vita dignitosa, un buon lavoro, un futuro da poter costruire secondo i propri desideri. Sognava un posto in cui vivere senza paura e non lo immaginava neanche così tanto lontano da quel Camerun che lo ha visto nascere. Quando decide di partire non ha un’idea chiara di dove vuole arrivare. La Nigeria, forse. Ma poi la Nigeria diventa il Niger, e il Niger l’Algeria, e l’Algeria la Tunisia. Fino all’Italia. Sulle spalle poche cose, ma pesantissime: i suoi 17 anni, gli affetti lasciati indietro, l’ignoto da affrontare. Il deserto, prima. Poi il mare. E tra il deserto e il mare le minacce, la violenza, la solitudine, il timore di non arrivare mai. La morte sempre a un passo.

Un cammino durato sei mesi fatto di sabbia e acqua, di fame e sete, di paura e speranza. Una speranza disperata. «Al mio paese lavoravo al porto, ma mi faceva paura. La gente là minacciava di buttarmi in mare. E poi c’era il quartiere, e dentro c’era un po’ di tutto, c’erano delinquenti. Non volevo più starci. Volevo una vita normale, solo questo», racconta oggi.

Oggi che di anni ne ha 20 e la Calabria, che tre anni fa non era nemmeno nei suoi pensieri, è diventata la sua casa. Almeno per il momento. A Cariati vive e lavora per una ditta di infissi. È arrivato qui dopo Lampedusa e Isola Capo Rizzuto. Ad accoglierlo Casa Don Alessandro, in centro storico, nell’ambito del progetto Sarepta per minori stranieri non accompagnati, quelli che con una delle tante sigle che popolano la realtà dei migranti vengono definiti Msna e che dietro a quelle quattro lettere hanno nomi, cognomi e volti. E storie intere. Come quella che Saliou Mohammadou ha deciso di affidare a un libro, che ha stampato e distribuito e sta presentando nel corso di diverse iniziative sul territorio. “L’avventura degli africani neri per l’Europa”. Un libro, dice, «per informare chi potrebbe decidere di fare la stessa cosa che ho fatto io, per fargli capire cosa significa affrontare un viaggio del genere».

Perché hai sentito questa necessità?
«Quando io sono partito non sapevo cosa avrei trovato. Non avevo programmato niente e ho dovuto affrontare certe realtà senza sapere come fare. Molti vedono le foto di chi è arrivato in Europa e pensano che qui sia tutto facile. Ma non è così. Vorrei che chi pensa di partire sappia davvero quali rischi ci sono. Non voglio scoraggiare nessuno, ma credo sia giusto che chi fa questa scelta la faccia consapevolmente».

Tu cosa hai trovato nei Paesi attraversati?
«In Nigeria non parlavo bene la lingua, e per strada mi indicavano come straniero, non mi sentivo al sicuro. Poi ho trovato altre persone come me, abbiamo cominciato a camminare in gruppo. Ci siamo messi in viaggio, ma ci sentivamo sempre in pericolo. Eravamo vicino al deserto, c’era gente con pistole e coltelli. In Algeria vivevamo sempre nascosti, se vedevamo la polizia dovevamo scappare. A volte la gente ci lanciava pietre o non voleva venderci il cibo perché abbiamo un colore di pelle diverso. In Tunisia c’erano gruppi di ragazzi che venivano a provocarci e lanciare pietre contro di noi».

Qual è stato il momento più difficile del tuo viaggio?
«Quando l’autista ci ha abbandonati nel deserto. Avevamo poche bottiglie d’acqua e a un certo punto sono finite. Alcuni si coprivano il corpo con la sabbia per cercare un po’ di fresco. Siamo rimasti lì perché nel deserto non sai dove andare. Dopo circa 7 ore è tornato a prenderci».

Hai mai pensato di non farcela?
«No, perché avevo una motivazione personale forte. Anche nelle difficoltà continuavo a dire a me stesso che ce l’avrei fatta».

Quanto è durato il viaggio?
«Sei mesi. Ma quei sei mesi mi hanno lasciato un segno che porterò sempre dentro».

Perché poi ha deciso di partire per l’Italia?
«Cercavo un posto in cui stare tranquillo. Alcuni amici mi hanno detto che avrebbero attraversato il mare e mi hanno invitato ad andare con loro, per non restare solo tra mille pericoli. Così mi sono ritrovato qui».

Com’è stata l’esperienza del centro di accoglienza a Isola Capo Rizzuto?
«Ci sono rimasto tre mesi. Mi sentivo un detenuto. Essendo minorenni non potevamo nemmeno guardare fuori».

Cosa significa affrontare tutto questo da minorenne e senza famiglia?
«Se non sei forte mentalmente può diventare un trauma insuperabile. Ho visto tanti ragazzi traumatizzati dal viaggio».

Quando hai risentito i tuoi genitori?
«A Isola Capo Rizzuto, usando il telefono di altri ragazzi. Il mio me lo avevano preso durante il viaggio».

E cosa ti hanno detto?
«Erano spaventati. Mi hanno detto: “Perché sei partito così? Potevi almeno dire qualcosa prima di fare una scelta come questa”. Poi però mi hanno chiesto se stessi bene qui dove mi trovavo».

Com’è stata l’esperienza del centro di accoglienza?
«Ci sono rimasto tre mesi. Mi sentivo un detenuto. Essendo minorenni non potevamo nemmeno guardare fuori».

Poi sei arrivato a Cariati, in un’altra struttura. Qui come ti sei trovato?
«Mi hanno accolto bene. È stato comunque difficile perché non conoscevo la lingua, non conoscevo il paese, all’inizio avevo voglia di andarmene. Poi una signora che lavorava nel centro, Pina, mi ha dato un sacco di consigli. Io vedevo in lei mia madre. Alla fine ho deciso di ascoltarla e sono rimasto. La ringrazierò sempre per quello che ha fatto per me».

Come ti sembra la Calabria?
«Per un immigrato adattarsi è difficile. Le opportunità ci sono, ma spesso ci sono anche problemi sul lavoro e con i documenti, ho avuto difficoltà col permesso di soggiorno. Se ti lamenti ti dicono che devi adattarti».

Hai mai pensato di andare via?
«Con il tempo ho maturato quest’idea. Provo sempre a migliorarmi, ho preso anche la patente, ma vedo che molte cose non cambiano».

Dove te ne andresti?
«Forse a Milano. Ho il sogno di giocare a calcio, qui ho dovuto metterlo da parte per adattarmi alla realtà in cui vivo. Per il momento ci provo a restare qui, però sono ancora giovane e voglio pensare anche ad altro. Nel mio Paese giocavo, ho buone qualità e per sfruttarle mi serve andare in una grande città».

Scrivere un libro ti ha aiutato a gestire il ricordo della tua esperienza?
«Sì. Mi ha aiutato a liberarmi del carico che mi portavo dietro. Ho preso quello che avevo nel cuore e nella testa e ho messo tutto tra le pagine del libro. È una cassaforte dei pensieri e delle emozioni che avevo durante il viaggio».

C’è qualcosa che hai fatto fatica a raccontare?
«Tutto. Il percorso da migrante è pericoloso dall’inizio alla fine».