La cosa più insolita del documento che monsignor Giovanni Checchinato ha consegnato alla diocesi di Cosenza-Bisignano nel giorno di Pentecoste non è quello che dice, ma quello che chiede: di essere riscritto. Si definisce “pre-testo”, “bozza martire”, e in questa scelta di genere c’è già tutta la sua teologia. Un vescovo che offre al proprio popolo non un magistero da applicare, ma un canovaccio da completare, compie un gesto che ha radici profonde nella tradizione sinodale, ma pochissimi precedenti nella prassi episcopale italiana.

Sentinella quanto resta nella notte? Pre-testo per un discernimento comunitario
Sentinella quanto resta nella notte? Pre-testo per un discernimento comunitario

Il titolo viene da Isaia, ma anche da Giuseppe Dossetti, che nel 1994 pronunciò quel richiamo come un grido nella notte della Chiesa italiana. Checchinato raccoglie quel filo e lo intreccia con un altro, inatteso: in apertura cita Ignazio Hazim di Lattaquié, Patriarca greco-ortodosso di Antiochia. Un documento cattolico che si inaugura con una voce ortodossa è un segnale ecumenico che vale più di molte dichiarazioni congiunte.

L’impalcatura è cristologica. Parte dal programma di Gesù nella sinagoga di Nazaret (Luca 4): evangelizzare i poveri, liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi, liberare gli oppressi. Ogni categoria viene letta in doppia chiave, sociale e interiore. Ma è nella sezione sui “ciechi” che il testo raggiunge la densità maggiore. Checchinato introduce i cinque verbi greci con cui Giovanni parla del vedere: blépein, la vista materiale; theōreîn, l’osservazione concentrata; horân e ideîn, la comprensione profonda; theâsthai, la contemplazione. È una scala che sale dal dato al mistero, e che l’arcivescovo usa per smontare le posture della Chiesa: chi si ferma al primo livello non produce variazione nella vita; chi sale al secondo sa fare belle teorie ma resta lontano dalla realtà, come quei pastori senza l’odore delle pecore. Solo chi arriva al theâsthai, alla contemplazione, sa trasfigurare le cose leggendo in ognuna il germe di redenzione che porta inscritto.

Colpisce il richiamo alla testimonianza di Dossetti sulla comunità della Visitazione: non è stata una comunità a decidere di fare una lectio continua della Bibbia, ma è stata la lectio continua a generare la comunità, quasi senza che i suoi membri ne avessero coscienza. Non la struttura che organizza l’ascolto, ma l’ascolto che genera la struttura.

In appendice, Checchinato inserisce integralmente la lettera che i giovani sacerdoti gli hanno scritto per la Messa crismale. “Avrei voluto sintetizzarla, ma l’avrei sciupata”, scrive. Un vescovo che cede spazio nella propria comunicazione ufficiale perché una voce dal basso arrivi intatta. La lettera, costruita sulla narrazione eucaristica (prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede loro), contiene un passaggio che merita attenzione: i giovani preti chiedono di andare oltre le differenze per respirare la consolazione della fraternità, e riconoscono che il loro posto non è dato da rigide idee ma dalla traduzione esistenziale delle parole di Gesù. È una Chiesa che cerca il proprio centro non nell’istituzione ma nel gesto eucaristico.

C’è però una domanda che il documento non può eludere: come garantire che l’ascolto dal basso non venga filtrato o addomesticato nel passaggio attraverso i parroci? Interrogato su questo, Checchinato risponde con franchezza rara: ammette il problema, riconosce che il sistema non arriverà dappertutto, e aggiunge: «È meglio provare accettando anche il rischio che non si riesca a raggiungere proprio tutti, piuttosto che non provarci». In un sistema costruito perché la parola del vescovo arrivi sempre e ovunque, ammettere la falla è un atto di libertà evangelica.

Il cronoprogramma è ambizioso: un anno e mezzo di ascolto, poi la Visita Pastorale fino al 2030. Ma la vera sfida non è organizzativa. È se la Chiesa di Cosenza-Bisignano saprà fare ciò che Checchinato le chiede: smettere di ripetere e cominciare a contemplare. Passare dal blépein al theâsthai. Non è un programma pastorale: è una conversione dello sguardo.