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Cosenza, ‘ndrangheta e imprenditoria. Il pentito: «C’è chi subisce intimidazioni e chi è “protetto” dai clan»

Cosenza, ‘ndrangheta e imprenditoria. Il pentito: «C’è chi subisce intimidazioni e chi è “protetto” dai clan»

E’ il collaboratore di giustizia Adolfo Foggetti a spiegare come si rapportano le cosche cittadine con chi gestisce attività commerciali nel territorio locale. L’uomo che ha fatto ritrovare il corpo di Luca Bruni dice che alcuni imprenditori non possono subire intimidazioni.

Nei processi di ‘ndrangheta le uniche parti civili sono rappresentate da coloro i quali hanno subito un’estorsione, danneggiamenti o lesioni. Spesso le persone offese sono imprenditori e commercianti che hanno il coraggio di denunciare e inchiodare spalle al muro i loro aguzzini. Non sempre, però, questo avviene e quelle volte che accade le parti offese si presentano in udienza senza alcun timore reverenziale. Ma questa situazione è solo una faccia della medaglia, perché a sentire il collaboratore di giustizia Adolfo Foggetti – colui il quale fece ritrovare dopo due anni il corpo di Luca Bruni ad Orto Matera nel Comune di Castrolibero – a Cosenza ci sono anche imprenditori che prestano la loro identità per coprire gli esponenti criminali della città o in alcuni casi sono addirittura “protetti” dal clan stesso. Non sappiamo se l’ex reggente nel Tirreno cosentino della presunta cosca “Rango-zingari” dica la verità, poiché finora queste sue dichiarazioni – riportate in un verbale depositato in un processo svoltosi nel tribunale di Cosenza – non sono state oggetto di indagine o menzionate nelle inchieste che la Dda di Catanzaro ha concluso dopo il suo pentimento. E’ d’obbligo quindi utilizzare il condizionale e ovviamente avere il beneficio del dubbio. Il quadro tuttavia sembra davvero desolante, perché fa capire la pressione che esercitano i clan cittadini nell’economia delle singole attività colpite. Ma le sue propalazioni arrivano anche fuori Cosenza, spaziando da Bisignano a Paola dove appunto aveva terreno fertile fino a quando non decise di collaborare con i magistrati antimafia Pierpaolo Bruni e Vincenzo Luberto.

Foggetti riferisce ai carabinieri del Nucleo Investigativo e della Squadra Mobile di Cosenza che nel 2010 «io, Rango e Lamanna (Daniele, ndr) abbiamo dato il permesso di spacciare cocaina a Daniele Francavilla». Il racconto poi si sposta su un imprenditore nel settore dell’abbigliamento che avrebbe avuto rapporti con Francesco Patitucci. «Fra il 2010 e il 2011 più volte mi sono recato unitamente a Francesco Patitucci presso questo negozio. In almeno due occasioni, ho notato che» l’imprenditore nominato «si appartava con Patitucci e gli consegnava una busta contenente danaro». Secondo Foggetti «Patitucci giustificava il danaro datogli» dal nome menzionato «come restituzione di prestiti a tasso usuraio. L’usura infatti, era, per così dire, personale, cioè noi appartenenti alla cosca potevano esercitarla mentre i non appartenenti dovevano pagare alla bacinella una sorta di estorsione. Conosco di molti usurai che sono stati costretti a dare somme di danaro alla bacinella cosentina». Il “Biondo” aggiunge che fin quando Patitucci era libero l’imprenditore «non poteva essere toccato perché aveva interessi economici con lo stesso Patitucci». L’elenco di imprenditori per così dire “protetti” si allunga al settore della ristorazione e ancora dell’abbigliamento. Soggetti – aggiunge Adolfo Foggetti – che riciclerebbero soldi di alcuni soggetti tutt’ora in carcere.

Sul Tirreno, e precisamente nella zona di Paola, Foggetti ammette di aver intimidito un noto imprenditore della zona, posizionando una bottiglia con del liquido infiammabile sull’uscio della villa della vittima. Un’altra ditta nel mirino di Foggetti è quella che ha «eseguito i lavori stradali nei pressi del Santuario di San Francesco di Paola». Nella vicenda poi sarebbe intervenuto un altro soggetto che avrebbe detto all’attuale pentito che l’azienda avrebbe versato 30mila euro alle consorterie criminali.

Antonio Alizzi

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