Giudiziaria

ACHERUNTIA | La Dda di Catanzaro incassa la condanna di Gentile: 8 anni in abbreviato. Assolto Cofone

Il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Catanzaro ha condannato col rito abbreviato Rinaldo Gentile, presunto esponente del clan “Lanzino” di Cosenza arrestato nel luglio del 2015 nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Acheruntia”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.

Nel corso della requisitoria il pubblico ministero Pierpaolo Bruni – titolare delle indagini, condotte dalla Compagnia carabinieri di Rende – aveva chiesto la condanna dello “zio”, che secondo tutti i pentiti cosentini è l’uomo di pace della presunta cosca. Una persona che avrebbe sempre cercato di mantenere gli equilibri tra i vari clan. Oggi il gup lo ha condannato a 8 anni di carcere.

Secondo gli investigatori, Gentile avrebbe avuto un ruolo fondamentale, di tipo illecito, nel controllo del mercato dei videopoker. Ad accusarlo sono stati anche diversi collaboratori di giustizia, come Francesco Galdi, Mattia Pulicanò e Roberto Violetta Calabrese. Inoltre, la presunta partecipazione al contesto mafioso sarebbe da ritrovare anche nelle intercettazioni di Angelo Gencarelli che per dirimere delle controversie lo avrebbe incontrato: «Ho preso la macchina e sono andato da compare Rinaldo eeehh», e poi gli avrebbe detto che «vedi che è successo questo e questo».

Già il gip Scuteri nell’ordinanza cautelare aveva valutato in senso positivo per l’accusa il ruolo di Rinaldo Gentile (difeso dall’avvocato Cesare Badolato) scrivendo che era «deputato in seno alla cosca alla gestione del mercato dei videopoker».

ASSOLUZIONE. Un altro indagato per il reato di associazione mafiosa e di un altro reato fine è stato assolto da entrambe le accuse. Si tratta di Angelo Cofone che secondo la Dda di Catanzaro aveva rapporti stretti con Adolfo D’Ambrosio e si sarebbe interessato alla campagna elettorale per le Regionali di Michele Trematerra. Ma in questo caso il gip Scuteri aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza a suo carico. Capi d’accusa, dunque, non ritenuti sufficienti per giungere ad una sentenza di colpevolezza. (Antonio Alizzi)

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Redazione Cosenza Channel

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