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OMICIDIO COCO’ | Dalle rivelazioni di Iannicelli alle dichiarazioni del pentito: ecco tutti i retroscena

OMICIDIO COCO’ | Dalle rivelazioni di Iannicelli alle dichiarazioni del pentito: ecco tutti i retroscena

Le ultime udienze del processo sulla strage di Cassano sono state caratterizzate dallo scontro verbale tra pubblica accusa e collegio difensivo sul ruolo “chiave” che hanno i testimoni per arrivare alla verità. Chi ha ucciso il piccolo Cocò Campolongo, Giuseppe Iannicelli e Ibtissam Touss? Lo stabilirà la Corte d’Assise di Cosenza che udienza dopo udienza acquisisce elementi per poter giudicare al termine dell’istruttoria dibattimentale i due imputati: Cosimo Donato, detto “miu”, e Faustino Campilongo, detto “Panzetta”. 

L’udienza di oggi, terminata intorno alle ore 17, ha visto come protagonisti Marcus Messina, Battista Iannicelli e il collaboratore di giustizia Daniel Panarinfo. Nel corso della prima escussione testimoniale, il presidente della Corte d’Assise di Cosenza ha disposto che il processo si svolgesse a porte chiuse, visto che il testimone doveva rispondere su argomenti che riguardavano la sua vita privata e della relazione sentimentale con Sonia Di Monte, che era fuori l’aula ad attenderlo.

Poi è stata la volta del fratello di Giuseppe Iannicelli. “Tiraletto” è stato il testimone che ha dato più spunti al collegio giudicante. Con tutta la sua genuinità, rispondendo anche in modo “simpatico” alle domande del pubblico ministero Vincenzo Luberto, Battista Iannicelli ha raccontato alcuni episodi, di cui ha detto di essere a conoscenza diretta, che riguardavano il suo parente più stretto e alcuni esponenti della cosca degli “zingari” di Lauropoli. «Mio fratello per arrangiarsi vendeva droga, ma arrivati a un certo punto gli “zingari” erano andati in contrasto con lui perché prendeva la “roba” (cocaina, eroina, hashish e marijuana, ndr) da altre persone». Il pm ha chiesto chi fossero i soggetti a cui si riferiva e “Tiraletto” ha riferito che uno di essi era «Luigi Abbruzzese, figlio di Francesco Abbruzzese “Dentuzzo”», ritenuto dalla Dda di Catanzaro il capo società del clan operante nella Sibaritide. «Gli ho detto più volte di stare attento, perché quelli gliela avrebbero fatta pagare».

Gli “zingari”, a dire di Battista Iannicelli, erano rancorosi nei confronti di Giuseppe dal momento che quest’ultimo avrebbe accusato Fioravante Abbruzzese, ora deceduto, di possedere delle armi. Il teste, però, ha precisato che suo fratello non aveva mai accusato nessuno, tant’è vero che era stato per tanti anni in carcere a seguito dell’inchiesta denominata “Katrina”. «Né è vero che mio fratello Giuseppe voleva collaborare con la giustizia, né che avesse scritto una lettera, a me non risulta». Tuttavia, il testimone ha spiegato che in una circostanza vide due albanesi, di cui non conosce i nomi, vendere la droga a suo fratello Giuseppe. Un fatto che allarmò lo stesso Battista che disse di nuovo alla vittima di stare attento. 

Quando gli hanno domandato se conoscesse Faustino Campilongo e Cosimo Donato, Battista Iannicelli in atteggiamento abbastanza folcloristico ha detto di non voler parlare di questi individui «che si spartivano tutto con mio fratello, e vedete cosa è successo». «Si prendevano la droga da mio fratello e un paio di volte andai con lui a Firmo a casa di una signora anziana». Un’altra cessione di droga, secondo quanto dichiarato da Battista Iannicelli, sarebbe avvenuta a pochi metri dall’omicidio. «Vicino al casolare in cui sono stati uccisi mio fratello, il piccolo e la ragazza, vi è un incrocio con delle fontane. In questa circostanza mio fratello diede la “roba” a Cosimo Donato e Faustino Campilongo». I due, secondo il testimone, volevano sbarazzarsi di Giuseppe per comandare a Firmo, perché «fino a quel momento era mio fratello che gestiva tutto, mentre loro spacciavano a Firmo, Lungro e Altomonte». Notizie apprese sempre da suo fratello.

Ma la rivelazione, che non è contenuta negli atti del processo, arriva al termine del controesame quando il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro ha chiesto di poter formulare altre domande a “Tiraletto”, il quale ha aggiunto di aver visto la macchina di suo fratello ferma alla stazione di servizio e nel video mostratogli dai carabinieri a Cosenza ha riconosciuto una fiat Bravo di colore grigio che sarebbe nella disponibilità della moglie di Cosimo Donato. «Tra me e me faccio i miei ragionamenti, le mie indagini, perché voglio capire» e ha sussurrato in chiusura che non ha riferito questa circostanza agli uomini del Ros perché «pensavo che non li avrebbero mai arrestati» e perché, su domanda della pubblica accusa («voleva vendicarsi?»), ha risposto di «sì».

IL PENTITO NEGA. L’altro momento importante dell’udienza di oggi è quello relativo alla deposizione di Daniel Panarinfo (in aula era presente l’avvocato Enrico Tucci, in sostituzione dell’avvocato Simona Celebre), nato in Francia, 24enne, e collaboratore di giustizia dal 2016. Questa dichiarazione, tuttavia, è in contrasto con quella rilasciata in aula dall’altro pentito Domenico Falbo. Panarinfo, infatti, ha detto di non aver mai fatto alcuna confidenza a Falbo, che ha conosciuto nel carcere di Aosta. «A lui non ho detto che Campilongo aveva commesso l’omicidio, ma solo che avevo sentito il suo nome quando stavo in carcere a Torino».

A quel punto, il pubblico ministero Vincenzo Luberto ha chiesto al testimone dove avesse appreso queste circostanze: «Nel 2015, non ricordo se in un ristorante o in un bar, Bruno Nirta, che fa riferimento alla cosca di San Luca, mi disse guardando un servizio in televisione che l’esecutore materiale del delitto, secondo lui, era Fausto Campilongo che ammazzò l’uomo, il bambino e la donna, per entrare a far parte a tutti gli effetti della cosca degli “zingari” di Cassano all’Jonio». Il pm ha chiesto, quindi, di aggiungere altri particolari: «Io non so Bruno Nirta dove sentì queste notizie, ma immagino da ambienti ‘ndranghetisti visto che aveva il grado di Santista». Panarinfo, rispondendo alla pubblica accusa, ha detto di essere «un contrasto onorato e sarei dovuto essere battezzato proprio da Bruno Nirta». A questo punto la domanda nasce spontanea: chi tra Domenico Falbo e Daniel Panarinfo ha detto la verità? Com’è possibile che Falbo possa aver appreso queste circostanze dal pentito torinese se quest’ultimo ha negato di avergli confidato questi particolari? Vedremo nel corso del processo se ci sarà modo di chiarire queste dichiarazioni.

Il processo è stato rinviato al prossimo 5 aprile. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Vittorio Franco, Ettore Zagarese e Mauro Cordasco, mentre le parti civili costituite (presenti in aula il papà, la mamma, la zia e la nonna del piccolo Cocò) sono difese dagli avvocati Liborio Bellusci e Angela Bellusci. (Antonio Alizzi)

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