Giudiziaria

Omicidio Roberta Lanzino, la perizia conferma: Francesco Sansone non è Ignoto1

C’è una novità nel processo che tratta la morte di Roberta Lanzino, uccisa nel 1988 il cui assassino o assassini ancora sono avvolti nel mistero, visto che la Corte d’Assise di Cosenza due anni fa ha assolto Francesco Sansone dall’accusa di omicidio volontario e violenza sessuale.

La storia giudiziaria di questo processo ha vissuto negli anni tanti risvolti clamorosi come quella della riapertura delle indagini che poi ha portato al processo in corso. Ma nello stesso processo, che oggi si svolge davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, ci sono stati più avvenimenti che sono parte integrante dell’istruttoria dibattimentale. A cominciare dall’esame del DNA ordinato dall’allora presidente Antonia Gallo e condotto dal maggiore Romano del Ris di Messina.

Il tampone salivare all’epoca fu eseguito nei confronti di Francesco Sansone e successivamente esteso agli altri familiari dell’imputato, il padre Alfredo e il fratello Remo, così come ai più stretti parenti di Luigi Carbone, lupara bianca e oggetto del procedimento per il quale sono imputati Alfredo Sansone e suo figlio Francesco.

Gli esami dovevano essere confrontati con la traccia genetica rinvenuta nel terriccio conservato nella cosiddetta scatola dei misteri che per 26 anni fu custodita negli scantinati del tribunale di Paola e “riesumata” nel processo di primo grado.

Quella traccia potrebbe rivelare il nome dell’assassino e di colui che si approfittò sessualmente della giovane studentessa di Rende che nell’estate del 1988 volle percorrere la strada che Cerisano portava a Torremezzo per raggiungere la famiglia nella casa al mare.

Quegli esami non portarono a nulla perché il profilo genetico di Ignoto1 non era compatibile con quelli sottoposti ad accertamenti investigativi. Tuttavia la procura di Paola nel corso della requisitoria aveva insinuato qualche dubbio sul fatto che l’uomo a cui fu prelevata la saliva fu in realtà Francesco Sansone. Dubbi che sfociarono in una richiesta, sostenuta dalla parte civile – rappresentata dagli avvocati Ornella Nucci, Francesco Cribari e Marina Pasqua ed Elena Coccia – di rifare l’esame del tampone salivare. Richiesta che i giudici di secondo grado hanno accolto.

Ma ciò che era chiaro ieri è stato confermato oggi: Francesco Sansone sottoposto all’esame del DNA era effettivamente il pastore di Cerisano e i due profili genetici sono incompatibili, come ribadito più volte dalla difesa dell’imputato, assistito dall’avvocato Enzo Belvedere.

Ora toccherà ai periti relazionare in udienza, poi ci saranno le discussioni e sarà emessa la sentenza di secondo grado. (Antonio Alizzi)

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Redazione Cosenza Channel

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