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L’INCHIESTA | Omicidio Pagliuso, così i carabinieri sono risaliti a Marco Gallo

L’INCHIESTA | Omicidio Pagliuso, così i carabinieri sono risaliti a Marco Gallo

Un killer professionista al servizio delle cosche lametine. Un sicario pagato per due delitti, quello di Francesco Pagliuso e Gregorio Mezzatesta. Fino a ieri sembravano due omicidi non collegabili ma l’abilità dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro, coordinati dalla Dda di Catanzaro, è stata quella di ricomporre tutti i pezzi di un mosaico che oggi ha portato all’arresto di Marco Gallo, 30enne residente a Falerna. 

Gallo ad oggi è incensurato, è amante del poligono da tiro, ma su di lui pendono due accuse gravissime. Le modalità degli omicidi Pagliuso e Mezzatesta sono pressoché identiche, motivo per il quale i carabinieri non hanno avuto alcun dubbio nel ricostruire tutte le fasi antecedenti e successive al fatto di sangue di stampo mafioso.

L’attività tecnica, come spesso accade in casi analoghi, risulta determinante per mettere a punto un grave quadro indiziario nei confronti del presunto killer. Killer, per l’appunto, perché avrebbe agito dietro pagamento. Si ipotizza su mandato del clan Scalise, ma ad oggi i mandanti non sono stati individuati. 

Dall’ordinanza di custodia cautelare, prima ancora di parlare delle investigazioni effettuate dal Nucleo Investigativo di Catanzaro e del Reparto Crimini Violenti di Roma, emergono altri dettagli che in qualche modo avevano portato la stessa vittima, l’avvocato Francesco Pagliuso, ad intuire che da lì a poco sarebbe successo qualcosa di grave. Non solo i racconti con toni apparentemente scherzosi rivolti alle collaboratrici di studio, ma eventi avvenuti tempo prima del delitto. 

Come quando le telecamere di video sorveglianza della villa di Pagliuso avevano inquadrato due uomini incappucciati che, vedendo il sistema video, andarono via di fretta e furia. Dal buco nella recinzione trovato prima e dopo l’omicidio alle volte in cui il penalista lametino diede mandato al suo giardiniere di riparare il tutto.

Poi arrivano le indagini, quelle tecniche. E i carabinieri iniziano a cercare telecamere di video sorveglianza sparsi su tutto il viale in cui vi era la residenza dell’avvocato Pagliuso. Notano un uomo in tenuta ginnica che corre sul marciapiede con fare sospetto. I giorni prima dell’omicidio in una sorta di appostamento e dopo l’assassinio a gambe levate fino ad arrivare alla macchina che sfreccia su via Marconi a Lamezia Terme.

Pagliuso muore il 9 agosto del 2016. Sono le ore 22 e 11 minuti quando l’avvocato a bordo della sua auto entra nel giardino, arrestando la corsa in prossimità dell’ingresso della sua abitazione. Spenti i fari, la vittima esce dall’auto e viene colpito da tre proiettili che risultano mortali. Le telecamere individuano una figura e notano tre fiammate che illuminano la scena: sono i tre colpi di arma da fuoco che tolgono la vita a Francesco Pagliuso. Dal momento dell’omicidio, ore 22.12, fino all’attimo in cui l’uomo viene ripreso mentre entra nel parcheggio dell’area commerciale che si trova alle spalle di un bar, passano solo 15 minuti. L’uomo viene, come detto, ripreso mentre corre in direzione della sua auto. Per i carabinieri del Comando Provinciale di Catanzaro si tratta proprio di Marco Gallo.

Il movente viene ricercato da avvenimenti pregressi alla strage di Decolattura che, come abbiamo riportato in un altro servizio, è la goccia che fa traboccare il vaso. Atti intimidatori e altro, che portano all’uccisione di Pagliuso, seppur estraneo agli episodi narrati nell’ordinanza di custodia cautelare notificata oggi in carcere al presunto killer, riconosciuto anche da un aspetto fisico rilevante: la calvizie a forma di “chierica” che si intravede dalle immagini di video sorveglianza.

La prima scintilla arriva l’11 settembre del 2012, quando nei pressi dell’abitazione di Domenico Mezzatesta viene posizionato un ordigno esplosivo che, solo per un caso fortuito, non prova gravi conseguenze a uno dei figli del capo famiglia.

Il secondo episodio riguarda, invece, il presunto furto di autocarro ai danni di Giovanni Mezzatesta che va puntualmente a denunciare tutto dai carabinieri di Lamezia Terme: è il 29 settembre 2012. Arco temporale in cui uno dei dipendenti dei Mezzatesta riferisce di aver subito una rapina da parte di Francesco Iannazzo e di un altro soggetto non identificato. La rapina del camion avviene sull’A3, allorquando Iannazzo e il suo complice avrebbero detto alla vittima «“Scendi dal camion perché lo devo prendere io, se volete poi venite a prendervelo”».

E infine, terzo aspetto, la strage di Decollatura. E’ lo stesso Domenico Mezzatesta a spiegare agli investigatori quali fossero i suoi rapporti con l’avvocato Pagliuso: «Era come un figlio per me e mi aveva detto di stare attento alla famiglia Scalise. Durante la mia latitanza ho incontrato più volte Francesco Pagliuso anche perché non avendo io collegamenti con organizzazioni criminali avevo difficoltà nella mia latitanza e l’unico che incontravo era l’avvocato Francesco Pagliuso. Anche Luigi Aiello per me era come un fratello. L’ho incontrato pochi giorni prima di commettere l’omicidio per cui sono detenuto. Durante la mia latitanza sono stato nei boschi», afferma Mezzatesta. «Io dicevo all’avvocato Francesco Pagliuso, il quale voleva spingermi e costituirmi, che sarei stato latitante il più possibile in quanto in questo modo avrei tutelato la mia famiglia che sarebbe stata controllata e protetta dalle forze dell’ordine».

A complicare le cose è l’omicidio di Daniele Scalise, avvenuto a Soveria Mannelli il 28 giugno 2014, ammazzato con un kalashnikov. Si ipotizzò che a fare da “specchietto” fosse stato Luigi Aiello. Quest’ultimo viene assassinato, sempre a Soveria Mannelli, il 21 dicembre 2014, mentre manovrava un escavatore in un fondo di sua proprietà.

I DUE DELITTI COLLEGATI. La scorsa estate, precisamente il 24 giugno 2017, la città di Catanzaro viene scossa da un omicidio. Sono le ore 7.42 quando in via Milano, Gregorio Mezzatesta, fratello di Domenico e padre di una delle collaboratrici di studio dell’avvocato Francesco Pagliuso, viene ucciso con colpi di arma da fuoco. Un delitto che all’epoca presentava le caratteristiche tipiche degli agguati di criminalità organizzata.

I gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Marco Gallo sono quelli arrivati dalle segnalazioni tramite Gps che è stato di grande aiuto ai carabinieri. Infatti in un arco temporale che va dal 1 giugno 2016 al 31 agosto 2016, l’auto del presunto killer viene individuata sempre in prossimità di abitazioni o luoghi di lavoro della famiglia Scalise, non ultimo il bar “Reventino”, scena del delitto per la strage di Decollatura. 

Proprio Gregorio Mezzatesta, avendo legami anche con l’avvocato Pagliuso, rimase colpito dall’evento mortale tanto da aver detto ai parenti della vittima che avrebbe fatto di tutto per scoprire l’autore dell’omicidio.

Altro particolare riportato nell’ordinanza è la frase che Gregorio Mezzatesta avrebbe proferito nel corso del processo di primo grado, quando alla lettura del dispositivo e la conseguente condanna all’ergastolo del nipote e del fratello, alcuni soggetti presenti in aula vicini alle vittime, avrebbe applaudito le mani. «“Meglio un brutto processo che un bel funerale”».

Il gip Distrettuale Teresa Guerrieri, una volta letta la richiesta di misura cautelare, ha disposto la custodia in carcere per Marco Gallo.

GLI INQUIRENTI. Oggi in conferenza stampa, il procuratore capo della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri e il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri, che hanno coordinato l’inchiesta assieme al sostituto procuratore antimafia Elio Romano, hanno esposto i contenuti dell’indagine, evidenziando anche aspetti sociali che riguardano la professione dell’avvocato in territori ad alta concentrazione mafiosa. «Il dato di fondo e il messaggio che vogliamo lanciare con questo arresto è che le parti del processo non si toccano: forze dell’ordine, magistrati o avvocati non si toccano.

Oggi è una giornata importante, perché è da quella sera che i carabinieri non si sono fermati un attimo. Ricordo che il Comando generale dell’Arma già quella sera mi telefonò per dirmi che avrebbero mandato tutti gli uomini che servono perché non è possibile che si uccida un avvocato, che si uccida una parte del processo. Tutti coloro che operano attorno a un’indagine e a un processo non si toccano: non ci saranno sconti per nessuno, ci sarà una concentrazione di energie mai vista, come c’è stata in questo caso, tanto è vero che già dalla mattina dopo l’omicidio dell’avvocato Pagliuso sono arrivati reparti specializzati dell’Arma, che hanno lavorato coralmente con i carabinieri di Catanzaro. E devo sottolineare la determinazione e la convinzione delle forze dell’ordine sul fatto che saremmo riusciti a trovare il “filo di Arianna” che ci ha portato a questo risultato, che – ha concluso Gratteri – è un altro capolavoro di tecnica di indagine».

Nicola Gratteri, procuratore capo della Dda di Catanzaro
Nicola Gratteri, procuratore capo della Dda di Catanzaro

E ancora: «Fare l’avvocato in questo territorio non è facile: ho lavorato quasi 30 anni in provincia di Reggio Calabria e in 30 anni ne ho visto uccidere 6-7. Il lavoro del penalista – ha affermato Gratteri – è molto difficile e delicato, ed è fatto di molti equilibri perché gli ‘ndranghetisti sono anche paranoici e nel dubbio uccidono. Poi, la concorrenza è spietata, ci sono troppi avvocati, non molti ma troppi, che fanno penale, i clienti sono sempre meno rispettosi e ossequiosi, sono più scostumati degli ‘ndranghetisti di 50 anni fa perché molti fanno uso di droga o si sentono onnipotenti perché hanno molti soldi».

«Per questo fare l’avvocato diventa sempre piu’ difficile e sempre più pericoloso – ha dichiarato Gratteri. Allora, l’invito agli avvocati è quello di essere sempre più duri e rigorosi e di mantenere sempre la scrivania tra lui e il cliente e il consiglio all’Ordine degli avvocati e alle Camere Penali di essere molto più duri e feroci con chi commette violazioni deontologiche o comportamentali». (a. a.)

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