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Cosenza, quando l’abito non fa il monaco. Storia di una notte di ordinaria follia

Cosenza, quando l’abito non fa il monaco. Storia di una notte di ordinaria follia

di Iole Perito
La città ha vissuto la prima notte magica dell’era social ed ha riassaporato le sensazioni che i padri raccontavano ai figli. L’aria è cambiata, si sente l’aria dei lupi. Qualcosa di magico. Un magico Cosenza. 

Sul calendario dei ricordi la domenica 10 giugno dell’anno del Signore 2018 resterà la lunga maratona rossoblù iniziata al mattino e finita a notte fonda quando una bolgia festosa si è riversata nella piazza centrale della città come ai vecchi tempi, anche se dei vecchi tempi l’ex piazza Fera diventata Bilotti non ha più il nome, ma la passione delle sfilate-tripudio per i lupi quella sì. Nello scampanare dei clacson, nelle dirette sui social, nei selfie dei telefonini, Cosenza ed il Cosenza tornano a riassaporare la gioia di una vittoria che accorcia le distanze verso un traguardo inseguito da 15 anni.

Contro il Sudtirol della beffa all’andata, quel Sudtirol del giornalista di Bolzano penna superficiale che: “i lupi cosentini sono abituati alle zone sconnesse e rudi dell’Aspromonte”, con i 6 tifosi 6 tirolesi forse 8 in trasferta che hanno dovuto apprendere loro malgrado proprio sul posto che quelli che spuntavano sopra la tribuna B erano i monti della Sila e non della zona reggina, alla fine della fiera e degli sfottò rivolti al cronista del quotidiano Alto Adige, è andata in scena la partita, anzi la giornata rossoblù perfetta. Come un dolce montato con gli ingredienti del riscatto e della giustizia. Una gara giocata con i piedi, con i nervi, in campo, sugli spalti e fuori, prima e dopo.

Le preoccupazioni della vigilia sui divieti di accesso lungo viale Magna Grecia per raggiungere lo stadio sono svanite con la pratica strategia dei circa ventimila spettatori di casa, del capoluogo e della provincia – e accidenti quanta provincia, la costa e l’entroterra – che hanno dato prova di ingressi intelligenti ai tornelli, manco si trattasse di un esodo per le vacanze. Un flusso ordinato di persone da qualsiasi lato tra via degli Stadi, Rende, Castrolibero. Bandiere, trombette di evocativa memoria e, soprattutto, la voglia di essere lì tutti insieme, ad un tacito appuntamento con la storia. Interi nuclei familiari e bambini, bambini, ovunque bambini. Dentro, nel catino del “San Vito-Gigi Marulla”, la gente è entrata  tre ore prima dell’inizio dell’incontro. Un crescendo emotivo accompagnato dalla musica agli altoparlanti che ha segnato il pre-partita stemperando l’ansia.

Playlist con brani rock e l’inno col ritornello “Una canzone per il Cosenza io canterò” da interpretare alzati, con la mano sul petto. A un certo punto sembrava che le voci andassero all’unisono dei battiti del cuore. Pienone ed entusiasmo avevano già scritto il risultato all’avvio della partita e la legge del calcio con la palla che è rotonda e tutto può succedere a questo giro ha dato ragione all’energia fluttuante del rosso e del blu. Gli spalti hanno spinto come non mai, capitan Corsi e compagni hanno lottato su ogni singola palla, palpitazioni a go go e sequenze al cardiopalma, specie nella ripresa, quando era chiaro che gli uomini di mister Braglia avrebbero dovuto buttare fuori fino all’ultima goccia d’anima.

Da far tremare le gambe le coreografie della tifoseria bruzia, colpo d’occhio mozzafiato, e lo striscione dedicato a Paola Bosco, scomparsa nello stesso giorno di questo appuntamento che anche per lei sarebbe dovuto essere imperdibile e alla quale invece è stato tributato un minuto di silenzio perché il suo posto vuoto rimane la ferita amara di un’atmosfera irripetibile. La tribuna numerata piena e strapiena di autorità è stata il ritrovo delle rose del Cosenza che furono. Presenti campioni del passato remoto, giocatori apparsi di recente, meteore di passaggio, dai terreni della serie cadetta fino all’inferno dei campetti di periferia. C’è persino il signore che tiene a presentarsi come “io sono quello dello striscione ‘L’uomo del monte ha detto B!”. Era la stagione ’87-’88 e di quella promozione leggendaria pure in questa data clou hanno risposto all’appello i componenti della squadra quasi al completo. Salutano commossi Donata Bergamini. E poi dirigenti, ex dirigenti, appassionati, parvenu della passerella. Nessuna nota stonata. Aleggia nell’aria il fatalismo positivo che senza dirlo fa pensare “andiamo in finale”. Tra le sedioline del pubblico vengono decisi scaramantici scambi di posto come fossero sostituzioni risolutive dalla panchina. Bisogna dare una scossa, i rituali aiutano.

B come Baclet, ancora lui, il colored che si è conquistato un coro personalizzato (“Baclet Baclet baclet… ti hanno visto col mojito… Col mojito a piazzafe’!”) entra, segna, scatena il delirio. Più tardi, allo scadere dei minuti regolamentari, un’autorete degli ospiti arriva direttamente dal cielo ed evita il supplizio dei supplementari. Per un pelo non viene giù lo stadio. Forse qualcuno lo ha deciso dall’alto, doveva andare così. Il Cosenza è in finale, a un passo dalla serie B. Si giocherà sabato 16 giugno contro il Siena sul campo neutro di Pescara. Un altro segno, una linea che ritorna. Era il 1991, sempre di giugno, e a Pescara l’indimenticabile gol di Gigi Marulla condannò in extremis la Salernitana alla retrocessione in serie C assicurando la salvezza ai cosentini da allora devoti vita natural durante all’adorato numero 9. Il figlio di Gigi, Kevin, oggi team manager della società del presidente Guarascio, non trattiene le lacrime e sussurra “è un sogno, un film, non so bene cosa…”. Padre Fedele si toglie il saio e glielo fa indossare. Dalla gioia si rischia di impazzire. Fa un caldo appiccicoso, ma l’aria è cambiata, si sente l’aria dei lupi. Qualcosa di magico. Un magico Cosenza.

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